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«Riforma, o resta così o si fa dopo il 2013»

di Rita Querzé

«O si fa una buona riforma del mercato del lavoro, o non se ne fa nessuna». Parola del segretario del Pdl Angelino Alfano, ieri, dal palco milanese della conferenza nazionale sul lavoro promossa dal suo stesso partito. Tradotto: il disegno di legge del governo è già una mediazione, il Pdl non è disposto a ritocchi. Tantomeno limitati all'articolo 18. Perché, come precisa l'ex ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, «ci sono molti punti che, se saltasse questo compromesso, da parte nostra andrebbero rivisti».
La posizione del Pdl, esplicitata ieri da Alfano, è molto lontana da quella che, nelle stesse ore, prendeva forma nel Pd. La relazione che Pier Luigi Bersani ha presentato alla direzione del partito è stata votata all'unanimità. Quindi convergenza di tutti — compresi Veltroni, Letta e Fioroni — sul fatto che, da una parte, la riforma del lavoro targata Fornero vada promossa nel suo insieme. Dall'altra, che la disciplina del licenziamento individuale per motivi economici debba essere modificata introducendo la possibilità della reintegrazione. «Sull'articolo 18 proponiamo di adottare il cosiddetto modello tedesco», auspica l'ex ministro del Lavoro del Pd, Cesare Damiano. Che poi significherebbe lasciare al giudice la libertà di decidere tra indennizzo e rientro sul posto di lavoro.
Il Pdl pensa malissimo di un'ipotesi del genere. Lo si è capito bene, ieri, quando dal palco della conferenza sul lavoro, il segretario generale dell'Ugl, Giovanni Centrella, si è rivolto direttamente ad Alfano, seduto in prima fila, chiedendogli un'apertura rispetto al modello tedesco e quindi la possibilità di «lasciare che sulla reintegrazione in caso di licenziamento economico decidano i giudici». Il segretario non ha avuto bisogno di rispondere. Dalla sala si è levato un brusio e qualche voce: «Ci manca che adesso dobbiamo affidare ai giudici anche la discrezionalità sulla reintegrazione».
Per il Pdl, il disegno di legge Fornero è già una mediazione che contiene una parte indigesta: quella che riguarda le limitazioni poste ad alcune forme di flessibilità. «Nei dieci anni prima della crisi, grazie ai nuovi contratti, abbiamo creato tre milioni di posti di lavoro», rivendica l'ex ministro Renato Brunetta. Sulla questione flessibilità, secondo Alfano al massimo si possono togliere gli abusi. Che poi significherebbe, come ha proposto Maurizio Sacconi, «abrogare i contratti di collaborazione coordinata e continuativa e a progetto».
Per Brunetta: «Se il governo non vara la riforma entro maggio, vada a casa». Ancora più diretto il vicepresidente della commissione Lavoro della Camera, Giuliano Cazzola: «Il mio giudizio su questa riforma ricalca quello di Fantozzi sulla corazzata Potemkin». Oltre il sottinteso: «Una cagata pazzesca».
Il segretario del Pdl, Angelino Alfano, critica a fondo anche le modalità con cui Monti e Fornero hanno gestito la partita: «Il coltello ha difettato nel manico: se l'epilogo doveva essere il percorso lungo del disegno di legge allora non aveva senso mediare in modo così logorante». Morale: «O il governo tiene la posizione o la riforma la farà chi vincerà le elezioni nel 2013».
 

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