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Riforma Iva, arriva la bussola

di Franco Ricca  

Dall'Ue un carico di istruzioni per orientarsi nella riforma dell'Iva. Sono contenute nel regolamento del consiglio n. 282/2011 del 15 marzo 2011, in vigore da qualche mese ma giuridicamente vincolante, riguardo agli aspetti innovativi, per tutti gli stati membri e per i contribuenti soltanto dal 1° luglio prossimo.

Il provvedimento, infatti, aggiorna e sostituisce il precedente regolamento n. 1777/2005, confermandone le «disposizioni di applicazione» della direttiva 2006/112 (il testo comune dell'Iva) e aggiungendone di nuove, concernenti in massima parte la revisione della territorialità scattata l'anno scorso.

Con le nuove disposizioni, che saranno efficaci dalla soltanto dalla suddetta data, senza pregiudizio per la legislazione e l'interpretazione precedentemente adottate dagli stati membri, vengono definiti per la prima volta, tra l'altro, concetti molto importanti, quali quelli di sede dell'attività economica e di stabile organizzazione; vengono forniti inoltre i criteri per accertare gli elementi oggettivi e soggettivi occorrenti per la determinazione del luogo di tassazione dell'operazione.

Non mancano, ancora, disposizioni di carattere più particolare, che risolvono questioni specifiche o che chiariscono e precisano la portata di alcune norme primarie.

Vediamo, in queste pagine, i principali contenuti innovativi del regolamento, aggiungendo che, per esplicita previsione, tutte le disposizioni del provvedimento «contengono norme specifiche in risposta a determinate questioni di applicazione e mirano ad introdurre un trattamento uniforme in tutto il territorio dell'Unione solamente in relazione a tali circostanze specifiche», per cui «non sono trasponibili ad altri casi e devono essere applicate, tenendo conto della loro formulazione, in maniera restrittiva».

La «qualità» del committente del servizio «B2B». Occorre ricordare che in base alle nuove regole generali introdotte dalla riforma del 2010, recepite in Italia nell'art. 7-ter, comma 1, dpr 633/72, le prestazioni di servizi in genere si considerano effettuate:

a) nel paese in cui è stabilito il committente, se sono rese a soggetti passivi;

b) nel paese in cui è stabilito il prestatore, se sono rese a privati consumatori.

Si deve precisare che il paese di stabilimento è quello in cui il soggetto ha la sede dell'attività economica, oppure la stabile organizzazione che presta o riceve il servizio, oppure, in mancanza di sede e di stabile organizzazione, il domicilio o la residenza abituale.

Pertanto, limitando in questa sede l'analisi alle prestazioni scambiate fra imprese (c.d. «B2B»):

– si considera effettuata in Italia la prestazione resa ad un soggetto passivo stabilito nel territorio dello stato

– non si considera effettuata in Italia la prestazione resa a un soggetto passivo non stabilito nel territorio dello stato.

L'applicazione di queste regole pone alcune questioni teorico-pratiche importanti, attinenti ai presupposti su cui le regole si fondano; le questioni principali riguardano i criteri per definire e quelli per accertare lo status di soggetto passivo del committente, nonché i criteri per l'individuazione del luogo in cui questi è stabilito.

In ordine al primo aspetto, si rammenta che, ai fini delle disposizioni sulla territorialità delle prestazioni di servizi, il comma 2 dell'art. 7-ter stabilisce che si considerano soggetti passivi per le prestazioni ricevute:

a) gli esercenti imprese, arti e professioni (le persone fisiche limitatamente alle prestazioni acquisite nell'esercizio di tali attività);

b) gli enti, associazioni e altre organizzazioni che svolgono un'attività commerciale o agricola, anche quando agiscono al di fuori dell'esercizio di tali attività;

c) gli enti, associazioni e altre organizzazioni che non svolgono attività commerciali o agricole, se identificati ai fini Iva.

La disposizione nazionale, recependo in modo impreciso la norma comunitaria, delinea quindi una presunzione di soggettività in capo ai soggetti diversi dalle persone fisiche (società, enti, associazioni ecc.), che parrebbero doversi considerare, nei riflessi delle prestazioni acquistate, in ogni caso soggetti passivi; essa dovrà però interpretarsi in conformità all'art. 19 del regolamento 282, il quale chiarisce in sostanza che anche i soggetti diversi dalle persone fisiche non debbono considerarsi soggetti passivi quando ricevono prestazioni di servizi per un uso privato (fermo restando il possesso di tale qualifica in relazione ai servizi acquisiti per gli scopi istituzionali dell'ente).

In merito alla «qualità» del committente, ossia alla «veste» nella quale egli acquisisce la prestazione, lo stesso art. 19 contiene un'importante disposizione, certo problematica per i fornitori, secondo cui il prestatore può considerare che i servizi sono resi a fini professionali del destinatario se, per l'operazione, il destinatario gli ha comunicato il numero identificativo Iva, «salvo che disponga di informazioni contrarie, ad esempio sulla natura dei servizi forniti». In altri termini, il prestatore non potrà basarsi esclusivamente sulla condotta del destinatario per valutare l'impiego professionale dei servizi forniti, ossia sul fatto che questi gli ha comunicato il numero identificativo Iva, ma dovrà tenere conto di eventuali informazioni contrarie in proprio possesso, per esempio (ma non solo) la natura dei servizi. Ne discende, ad esempio, che se il servizio, per la sua intrinseca natura, è oggettivamente ed esclusivamente «consumabile» per scopi privati, il prestatore, anche se il destinatario si sia qualificato come soggetto passivo, dovrà considerarlo un privato consumatore. L'art. 19 precisa infine che se un unico servizio è destinato sia all'uso professionale sia all'uso privato del destinatario, la prestazione si considera interamente fornita per fini professionali.

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