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Riforma interpelli su due binari

Riforma degli interpelli con due obiettivi: metterli al riparo dai ricorsi diretti del contribuente e facilitarne la procedura. Le risposte rese dall’amministrazione finanziaria hanno natura di «semplice» parere e quindi va salvaguardata, se non riaffermata esplicitamente, la loro non impugnabilità in giudizio. Mentre per quanto riguarda la razionalizzazione della normativa sulla presentazione delle istanze, uno snellimento è auspicabile, purché questo non faccia perdere a ciascuna le sue peculiarità. Sono queste le riflessioni che il direttore dell’Agenzia delle entrate, Attilio Befera, ha manifestato nei giorni scorsi commentando in audizione alla camera il ddl recante la delega per la riforma fiscale (si veda ItaliaOggi del 12 settembre 2012). Provvedimento che all’articolo 6, comma 4 autorizza l’esecutivo a procedere al riordino della disciplina degli interpelli fiscali, che contempla a oggi circa una dozzina di tipologie diverse di istanze (si veda tabella in pagina). Con regole, tempistiche e modalità procedurali spesso difformi tra loro.

Introdotto nell’ordinamento tributario già ben prima dello Statuto del contribuente, nel corso degli anni tale istituto di confronto preventivo tra imprese e fisco «ha avuto una rapidissima proliferazione a seguito della sua generalizzazione perdendo, in taluni casi, la sua natura di strumento a disposizione del contribuente per conoscere preventivamente il parere dell’amministrazione su un caso concreto e personale», spiega Befera.

Il ddl delega, come emerge dalla relazione illustrativa, aspira a migliorare le forme di comunicazione e di cooperazione tra le imprese e gli uffici, «allo scopo di costruire un miglior rapporto tra le parti che contribuisca alla creazione di un quadro ordinamentale più affidabile». In tale ottica rientra anche la revisione della disciplina degli interpelli, la cui complessità ha richiesto dal 2000 in avanti circa una ventina di circolari esplicative delle Entrate. Befera reputa «condivisibili» i due obiettivi perseguiti dalla delega, ossia la necessità di raggiungere una migliore omogeneità della disciplina e di creare un coordinamento chiaro dell’istituto con la successiva fase giurisdizionale.

Il primo è un risultato «difficile ma perseguibile», rileva il numero uno di via Cristoforo Colombo. «Vero è che il nostro sistema conosce diversi tipi di interpello, introdotti nel corso degli anni, in ragione del fatto che diversi sono gli effetti che le istanze (e le risposte) producono. Pur nella specificità delle tipologie, altrettanto vero è che uniformare le procedure è possibile, sia per quanto riguarda l’individuazione delle strutture competenti sia per quanto attiene ai tempi e alle modalità di comunicazione delle risposte».

Più delicato, invece, il rapporto che lega gli interpelli al contenzioso tributario. «All’indomani dell’entrata in vigore dello Statuto del contribuente nessuno aveva mai messo in dubbio che l’interpello, in quanto parere dell’amministrazione, fosse un atto non impugnabile», osserva Befera. «E ciò non tanto per il principio di tassatività (vera o presunta) degli atti impugnabili dinanzi alle commissioni tributarie (tra i quali non sarebbe nominativamente indicato l’interpello) quanto per l’assenza di lesività della risposte alle istanze». Ma poiché un interpello che dà esito negativo al contribuente potrebbe produrre «ex se» una maggiore pretesa tributaria, in alcuni casi i giudici hanno ritenuto quest’ultimo atto impugnabile. Circostanza che, in sede di attuazione della delega, il fisco vorrebbe scongiurare definitivamente. «È comprensibile che l’aumento delle tipologie di interpello (e soprattutto delle fattispecie in relazione alle quali l’istanza può essere presentata) abbia creato un forte disorientamento tra gli operatori», conclude il direttore dell’Agenzia, «ma, a maggior ragione, in un momento caratterizzato dalla ricerca di soluzioni concordate e di strumenti di deflazionamento del contenzioso, il ricorso avverso gli interpelli diviene una realtà sempre più preoccupante».

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