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Riforma Fornero picconata

Picconata la riforma Fornero. Se nel 2011 il governo Monti ha cercato di costruire una diga contro il dilagare della spesa previdenziale, principale responsabile di una crisi finanziaria che stava mettendo a rischio i conti pubblici, i governi successivi sono già intervenuti almeno 13 volte per ammorbidire e arrotondare gli spigoli di quella manovra, tanto da cominciare a metterne a rischio le fondamenta.

Si è cominciato con il problema dei cosiddetti esodati, cioè persone che, a causa dell’innalzamento dell’età pensionabile, si sono trovate senza lavoro né pensione avendo firmato accordi aziendali di uscita dal mondo del lavoro in attesa di un pensionamento che sarebbe intervenuto di lì a pochi mesi e che invece è slittato di anni.
In cinque anni si sono approvate otto misure di salvaguardia di queste posizioni, che hanno interessato finora 111 mila ex dipendenti. A seguire sono intervenute l’opzione donna, con la quale si è data la possibilità alle lavoratrici in possesso di alcuni requisiti di anticipare il pensionamento a condizione di optare per il sistema contributivo; poi l’Ape volontaria e l’Ape sociale che consentono un pensionamento anticipato a titolo oneroso, il primo, gratuitamente nel secondo caso; il pensionamento anticipato consentito anche ai cosiddetti lavoratori precoci, ai lavoratori dell’amianto o a chi ha svolto lavori usuranti; altri buchi nella diga Fornero sono stati previsti con il part-time agevolato, l’isopensione (anticipo pensionistico in caso di eccedenza di personale), i contratti di solidarietà e i fondi di solidarietà.

Non basta. È attivo da tempo un tavolo tra governo e sindacati che dovrebbe portare in breve tempo a una revisione del sistema contributivo per i giovani, l’introduzione di una pensione minima di garanzia, ma soprattutto un congelamento o almeno un ammorbidimento o una diversificazione del meccanismo di innalzamento automatico dell’età pensionabile alla speranza di vita.

Di fatto la cintura di sicurezza ai conti pubblici rischia di sfilacciarsi pesantemente. Contribuendo così a rendere sempre più spinoso il conflitto generazionale che, da materia per i cultori dei conti pubblici, è ormai diventato un tema da bar e da talk show. Anche perché la crisi degli ultimi anni lo ha reso sempre più drammatico. Secondo dati forniti dall’Inps, infatti, negli ultimi 20 anni il reddito medio degli anziani (più di 65 anni) è cresciuto del 18%, mentre quello dei giovani (meno di 35 anni) si è ridotto dell’11%. La quota di ricchezza posseduta dai primi è aumentata del 60%, mentre quella dei secondi è calata di altrettanto.

Non ci sono dubbi sul fatto che allargare i cordoni della borsa a favore dei pensionati o dei pensionandi significa aumentare il carico che, in un modo o nell’altro, dovrà essere sopportato dai più giovani, da coloro che sono entrati da poco nel mondo del lavoro o che vi entreranno. Non si scappa. Il problema di fondo è che un problema di tale importanza presta il fianco, inevitabilmente, anche a una strumentalizzazione politica essendo la previdenza, da sempre, un terreno molto fertile per la costruzione del consenso politico, con tutti i rischi e le distorsioni che ne conseguono.

Un modo per ridurre questo tipo di tensioni potrebbe essere quello di introdurre la libertà di scelta sul momento di andare in pensione: in un sistema contributivo questo non dovrebbe creare problemi ai conti pubblici e dovrebbe contribuire a responsabilizzare i lavoratori ad entrare nell’ottica che il sistema previdenziale restituisce solamente quello che uno ha prima versato, e naturalmente che più tardi ci si ritira più alto sarà l’assegno previdenziale. Una soluzione semplice, che restituisce a ciascuno ciò che si è meritato (proprio per questo, con poche possibilità di essere accolta).

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