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Riforma Fornero, no al referendum

Secondo i giudici della Consulta non si può fare il referendum sulla riforma delle pensioni messa a punto dal ministro Elsa Fornero nell’autunno del 2011 e varata con il decreto “Salva Italia”. Il testo è «inammissibile», ha deciso ieri la Corte costituzionale, che nei «termini di legge» depositerà ora la sentenza con le motivazioni. Una lettura cui non aspirano certo i promotori della Lega, che ieri si sono scagliati con toni asprissimi contro il verdetto. 
Per protesta i deputati del Carroccio hanno abbandonato l’Aula del Senato, chiedendo di sospendere l’esame sulla legge elettorale. Ai giudici della Consulta, il leader della Lega, Matteo Salvini, ha mandato invece a dire che hanno «fottuto un diritto sacrosanto» alla gente. «È una vergogna. Vaffa…. Non finisce qui. Questa Italia mi fa schifo, mi batterò per ribaltarla», ha aggiunto. «Se le vie normali non bastano, troveremo vie più fantasiose». Ce n’è anche per la prossima elezione del capo dello Stato, visto che tra i nomi circola quello di Amato, più volte ministro e presidente del Consiglio e ora giudice costituzionale: nome su cui Salvini, fa una croce su. «Si scordino di proporlo», ha tagliato corto. «Sconcertato» anche il senatore Roberto Calderoli, primo firmatario del referendum, che parla di «sentenza salva-Renzi». Una presa di posizione, quella dei leghisti, che ha trovato concordi anche esponenti di Forza Italia.
Toni di tutt’altro tipo nelle reazioni delle altre forze politiche di maggioranza che, pure, con l’occasione della sentenza, son tornate a sottolineare la necessità di interventi perlomeno di «manutenzione» della normativa a tre anni dai drastici innalzamenti dei requisiti anagrafici e contributivi per l’accesso alla pensione di vecchiaia e anticipata (quelle di anzianità sono state eliminate) presi senza prevedere una gradualità applicativa. Il presidente della Commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano (Pd), ha ribadito le sue proposte di maggiore flessibilità in uscita: «A partire dai 62 anni di età con 35 di contributi per consentire l’accesso alla pensione, oppure l’adozione di “quota 100”». Mentre il suo collega presidente della Commissione Lavoro del Senato, Maurizio Sacconi, Ap (Ncd-Udc), ha osservato che ora «si tratta di agire contemporaneamente su una corretta e generalizzata possibilità di cumulare tutti i versamenti contributivi, su una più forte agevolazione dei versamenti volontari non solo del lavoratore ma anche del datore di lavoro per coprire periodi non lavorati o recuperare periodi di laurea, sulla opzione in favore di uscite anticipate necessariamente onerose». Anche l’ex ministro Elsa Fornero ieri ha fatto sentire la sua voce: «Il Parlamento, se vuole, esamini la riforma con pacatezza e lungimiranza».
Da dove ripartirà l’iniziativa del Governo sul fronte previdenziali lo si capirà nei prossimi mesi ma di certo non si parlerà più di “norme salva-esodati”, dopo le sei salvaguardie messe in campo negli ultimi tre anni per tutelare oltre 170mila soggetti con un costo cumulato di circa 11,5 miliardi. La questione esodati è stata dichiarata «chiusa» dai vertici Inps. Tra le ipotesi in campo citate recentemente da Yoram Gutgeld, consigliere di Matteo Renzi, c’è invece il cosiddetto «prestito pensionistico», ovvero la possibilità di anticipare la pensione a certe categorie di lavoratori in difficoltà (a 2-3 anni dal pensionamento) con successiva restituzione graduale dell’anticipo stesso con microprelievi sulle pensioni a regime. Misura comunque onerosa e che andrà vagliata nel quadro delle compatibilità di finanza pubblica. Intanto le Commissioni Lavoro di Camera e Senato hanno avviato l’esame dell’atto di nomina di Tito Boeri alla presidenza dell’Inps. I pareri dovrebbero arrivare entro fine mese.
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