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Riforma forense, niente impacci

di Mario Valdo

Approvare la riforma forense senza riaprire il confronto parlamentare. Perché il testo varato dal Senato è nel suo impianto condivisibile e avviare una nuova discussione comprometterebbe il principale obiettivo dell'avvocatura: il via libera della riforma alla Camera in tempi rapidi.

Questa la posizione del Consiglio nazionale forense, che ha partecipato ieri, insieme all'Unione delle camere penali, all'Unione delle camere civili e all'Associazione italiana dei giovani avvocati, alle audizioni in commissione Giustizia della Camera sulla proposta di legge di riforma dell'ordinamento forense (ac 3900). Se poi la II Commissione volesse riaprire il confronto, il Cnf punterebbe sul testo condiviso con tutte le componenti dell'avvocatura, più rigoroso sull'accesso, con il divieto delle iscrizioni di diritto, con il riconoscimento del potere regolamentare allo stesso Consiglio nazionale. A questo proposito il presidente del Cnf, Guido Alpa, ha consegnato alla Commissione un dossier con cinque schede di approfondimento dedicate ai principali profili problematici della proposta di legge, con argomenti giuridici specifici a sostegno delle scelte portate avanti dagli avvocati: potestà regolamentare, riserva di consulenza legale, tariffe, pubblicità, indipendenza. L'assunto da cui parte il Cnf è che la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea protegge e tutela la libertà professionale distinguendola anche sistematicamente dalla libertà d'impresa.

Potestà regolamentare.

Riguardo la potestà regolamentare da assegnare al Cnf, richiesta fortemente criticata dall'Antitrust, il documento afferma che tale scelta «sarebbe espressione dei principi costituzionali di autonomia delle formazioni sociali e di sussidiarietà, tenendo conto che il Cnf è un ente pubblico, che la devoluzione di alcune materie alla autonomia regolamentare della categoria è auspicato dalla direttiva Bolkestein». L'attribuzione del potere regolamentare al ministro della giustizia, invece, «sarebbe un passo indietro perché assoggetterebbe la classe forense a una direzione organizzativa del Governo».

Riserva consulenza legale. «Non è vero che l'ordinamento comunitario osta alla scelta del legislatore nazionale di sottoporre a riserva l'attività di consulenza legale se svolta professionalmente», afferma ancora il Cnf nel dossier, «a partire dalla direttiva Bolkestein (2006/123/CE) che nel suo considerando n. 88 afferma che sono compatibili con essa sistemi normativi nazionali che sottopongono a riserva l'attività di consulenza legale».

Tariffe. Il Cnf sottolinea inoltre che sia la giurisprudenza comunitaria sia quella della Cassazione «hanno sempre ritenuto la piena compatibilità dei sistemi tariffari con il diritto comunitario della concorrenza (sentenze Arduino C-35/99; Cipolla e Macrino C-94/04 e C- 202/04; Cassazione Sezione lavoro 20269/2010), motivandola con ragioni di interesse pubblico come le tutela dei consumatori e la buona amministrazione della giustizia e, per la Cassazione, a tutela dell'interesse di evitare una concorrenza al ribasso a discapito della qualità della prestazione».

Pubblicità.

Riguardo la pubblicità, invece, secondo il Cnf «la direttiva Bolkestein sopprime ogni divieto in materia di pubblicità ma impone anche limiti assolutamente peculiari, imponendo la conformità del messaggio alle regole professionali, tenendo conto della specificità della professione, nonché della indipendenza, della integrità, della dignità e del segreto professionali (art. 24 comma 2)».

Indipendenza dell'avvocato. La incompatibilità dell'esercizio professionale con la condizione di dipendente pubblico e privato, per il Consiglio nazionale forense, «è cosa sacrosanta e anche in questo caso sovviene la Corte di giustizia Ue che ha sottolineano come l'appartenenza a un ordine professionale e la soggezione alle regole di deontologia e disciplina sono condizione necessarie e non sufficiente perché un professionista possa dirsi pienamente indipendente».

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