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«Riforma fiscale più equa Via l’aliquota del 38% per aiutare le famiglie»

Di riforma fiscale si parla ormai da diversi mesi: il ministro dell’economia Gualtieri e il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Ruffini, hanno più volte fatto riferimento alla necessità di un cambiamento radicale del sistema tributario che interessi soprattutto il ceto medio e le famiglie. Un’indicazione a cui fanno eco i commercialisti italiani che da tempo chiedono un confronto con il governo.

«È una grande occasione per ridare equità al nostro sistema fiscale — afferma Massimo Miani, presidente dei commercialisti italiani —, le famiglie italiane non si sono ancora riprese dallo choc fiscale subito nel 2012. Oggi siamo ancora a un livello simile a quello di otto anni fa e questo non è più sostenibile alla luce dell’ulteriore crisi». A differenza della pressione fiscale generale, che risulta in calo costante dal 2014, la pressione fiscale sulle famiglie, stabile nel 2013, si è incrementata ulteriormente nel 2014 e nel 2015, per poi riprendere a ridursi nel 2016 e nel 2017 fino a stabilizzarsi nel 2018 e nel 2019. Insomma, un andamento costante che non consente oggi un accettabile potere d’acquisto per le famiglie anche per una carenza di detrazioni. «In Italia esistono ancora trattamenti iniqui — spiega il presidente dei commercialisti — due nuclei con lo stesso reddito, uno formato da una coppia senza figli e uno con figli a carico, ricevono un trattamento fiscale pressoché identico. Allo stesso tempo non c’è uniformità di tassazione tra lavoro dipendente e lavoro autonomo, con quest’ultimo penalizzato per un’inaccettabile condanna di evasione fiscale. Si tratta di una disparità anticostituzionale visto che le tasse dovrebbero essere tarate sul reddito e non sul tipo di lavoro».

I commercialisti hanno formulato una proposta per rendere più equa la tassazione del ceto medio e intendono proporla al governo in vista dell’annunciata riforma. «Condividiamo l’attenzione che l’attuale esecutivo sta ponendo sui redditi del ceto medio — continua Miani —, la priorità deve essere data ora a quei redditi compresi tra 28.000 euro e 55.000 euro lordi che scontano un’aliquota marginale del 38%, la quale, considerato il livello dei redditi su cui viene applicata, appare più espropriativa che progressiva. Al costo finanziario di 9 miliardi di euro, sarebbe possibile abrogarla ed espandere dunque quella del 27% fino a 55.000 euro, riducendo così in modo strutturale il numero di aliquote Irpef da 5 a 4». Infine c’è l’eterno tema della semplificazione in un sistema fiscale tra i più intricati al mondo. «Da tempo avvertiamo che il sistema di complicazioni è ormai arrivato a un punto di non ritorno. Nessuno più di noi commercialisti conosce l’inestricabile groviglio delle norme tributarie e il livello di complessità, al contrario di ciò che dice la vulgata comune, non agevola il nostro business».

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