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Riforma delle Popolari, la Consulta al bivio fra risparmio e stabilità

È un compito arduo quello che ricade sulle spalle della Consulta, chiamata a decidere sulla eventuale incostituzionalità parziale della legge sulla riforma delle banche popolari, nella parte che riguarda la compressione del diritto di recesso. Alla Corte costituzionale, che ieri ha tenuto l’udienza, spetta oggi l’onere di fissare un’asticella nel delicato bilanciamento tra tutela della stabilità delle banche (un mantra per Bruxelles e Bce) e tutela dei diritti di un risparmiatore-azionista della stessa. Un dibattito che aveva tenuto banco a fine 2017 nell’ambito della commissione di inchiesta sulla banche e che neanche in quella occasione aveva trovato adeguata risposta. Ora, come spesso capita in Italia dove la politica da tempo ha abdicato al suo ruolo di programmazione, a indicare una strada dovranno essere i magistrati, e cioè i giudici della Consulta. Un percorso che sarebbe tracciato anche nel caso in cui fosse dichiarata inammissibile l’eccezione di incostituzionalità, perchè avrebbe prevalso il principio di tutela della stabilità, seppur fondato sul diritto Ue recepito nell’ordinamento nazionale. La riforma delle Popolari era stata rinviata alla Consulta dal Consiglio di Stato, che aveva trovato fondato il ricorso presentato da alcuni soci della Popolare di Sondrio, una delle due banche con oltre 8 miliardi di attivi che non si sono trasformate in spa (rappresentati da Fausto Cappelli, Francesco Marini e Ulisse Corea). L’attenzione è sulla parte della norma che consente un azzeramento del rimborso in caso di esercizio del diritto di recesso. Una possibilità data dalla delega prevista dalla legge a favore della Banca d’Italia al fine di stabilire caso per caso (come previsto da un regolamento di via Nazionale) se esentare una banca dal pagamento nel momento in cui questo andasse ad erodere oltre le soglie minime i requisiti di capitale (Cet1). «Una delegificazione impropria – ha chiosato Marini -. Una legge non può delegificare senza circoscrivere il campo di applicazione». Un punto dolens della riforma sul quale sicuramente la Consulta rifletterà. Marini ha prospettato anche una via di uscita che non mina il processo di trasformazione in spa: correggere la parte in cui si consente l’azzeramento del recesso, lasciando invece la possibilità di limitarlo in caso di scarsità di mezzi. E questo per non ledere un diritto individuale tutelato dalla Costituzione: essere rimborsato nel momento in cui il socio perde prerogative quali il voto capitario e il tetto al possesso azionario (e poco cambia se riceve in cambio azioni della nuova spa). Sono prerogative anacronistiche, certo. Ma aprire il varco alla lesione di un diritto individuale può essere pericoloso precedente.
Il legale di Bankitalia, Marino Ottavio Perassi, ha smontato le illusioni di compromessi a portata di mano. La salomonica proposta del Consiglio di Stato di prevedere un rimborso differito (a momenti migliori per la banca) con un tasso compensativo trova un forte limite nel rischio di erodere il patrimonio di vigilanza delle Popolari. In base al regolamento Crr (Ue), le azioni rinvenienti da un recesso non rimborsato possono essere computate a capitale. «Se si fissa un limite ex ante alla decurtazione del recesso – ha spiegato – e si stabilisce un rimborso differito, non si tratta più di capitale ma di debito remunerato». Un effetto retroattivo che andrebbe a incidere anche sulle popolari già trasformate in spa e che non hanno pagato per il recesso. «Un rischio per il patrimonio di vigilanza non solo per le Popolari, ma anche per il credito cooperativo», ha chiosato Perassi. Già, perchè lo stesso principio è previsto anche per le Bcc, quando queste aderiranno ai nuovi gruppi. I soci potranno esercitare il recesso, ma pagarlo potrebbe minare la stabilità dei nuovi conglomerati. Sulla linea di via Nazionale anche i legali di Ubi e Bpm, e di Amber (intervento dichiarato però inammisibile)

Laura Serafini

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