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Riforma delle Bcc verso il decreto

La riforma del credito cooperativo resta in pole position per l’approvazione da parte del consiglio dei ministri di giovedì. Nonostante le indiscrezioni accreditino slittamento per le altre misure che riguardano le banche, tra cui quelle relative alla bad bank, fino a ieri l’intervento che dovrebbe dare un cornice normativa all’autoriforma delle Bcc sembrava confermato per questa settimana. Non ci sono conferme, invece, sul fatto che assieme a questa misura possano andare anche le norme che dovrebbero consentire di accelerare le procedure per il recupero dei crediti e anche alzando il valore di quelli in sofferenza.
Il testo destinato a consentire l’avvio della prima fase della riforma del credito cooperativo è sostanzialmente pronto. Il sistema dovrà costituire una nuova capogruppo che eserciterà un controllo sulle 360 Bcc attraverso un patto di coesione. Non è ancora chiaro quanto il decreto entrerà nel dettaglio del vincolo contrattuale, che sarà il vero cemento destinato a saldare il nuovo gruppo bancario del mondo cooperativo. Il patto di coesione nella sostanza è un vincolo giuridico che impegna le singole Bcc ad accettare funzioni di indirizzo, coordinamento e vigilanza da parte della nuova capogruppo, senza perdere l’autonomia e la caratteristica della mutualità. Ma esso dovrebbe contemplare anche un sistema di garanzie incrociate tale che una parte del patrimonio di ogni Bcc possa costituire un supporto per le banche del sistema eventualmente sottocapitalizzate. Il patrimonio resterà nella singola banca, ma viene vincolato a sostegno del sistema. Questo meccanismo di garanzia reciproca, assieme a una capogruppo unica, consentirà al mondo del credito cooperativo di costituire nei fatti uno dei gruppo bancari più patrimonializzati del paese, con una dotazione di 20 miliardi. Se il decreto fisserà alcuni requisiti generali del patto di coesione, lasciando al sistema l’autonomia per dargli sostanza, l’autoriforma potrà procedere più speditamente. Se invece verrà delegata la definizione dei dettagli alla normativa secondaria, bisognerà attendere che la Banca d’Italia predisponga nuovi regolamenti e questo richiederà ulteriore tempo.
La rivoluzione che il mondo cooperativo italiano sta portando avanti non nasce da un problema crisi da risolvere, ma dalla necessità di adeguarsi alle nuove regole sulla liquidità, sulla dotazione di capitale e sulla governance introdotte con l’unione bancaria. Nuovo quadro normativo che sta producendo reazioni a catena anche negli altri paesi europei. In Olanda le 106 banche cooperative di Rabobank hanno deciso la fusione in unica entità perdendo le singole licenze bancaria a decorrere dall’inizio di quest’anno. Anche nel Crédit Agricole, modello che sembrava dover essere imposto al sistema italiano, è in corso un profondo cambiamento: da anni ormai le banche provinciali avevano perso la licenza bancaria, lasciandola solo a 39 grandi banche regionali. Ora queste ultime, che controllano il 56% del Crédit, ora vogliono più potere di controllo e stanno per dare vita a una nuova società intermedia per riprendere le funzioni di indirizzo e vigilanza sul sistema. Nel Crédit Mutuél si assiste a un processo di fusione tra una federazione nazionale, che aveva già funzioni di controllo prudenziale, con la cassa nazionale. Anche in Germania, dove il sistema cooperativo è organizzato in 1.047 banche che nel corso di 80 anni hanno costituito un fondo volontario molto consistente (tentativo in cui il sistema italiano ha fallito), è in corso la fusione tra le due banche di secondo livello (come è Iccrea holding) Dz Bank e Wgz Bank. È di ieri intanto la notizia che la Bcc di Roma, primo istituto del settore in Italia, ha richiesto a Bankitalia l’autorizzazione per la fusione per incorporazione di Banca di Capranica Credito Cooperativo.
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