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Riforma dell’avvocatura a rischio

Il Governo tira il freno sulla riforma dell’avvocatura. E mette condizioni tanto stringenti per l’approvazione in sede deliberante in commissione Giustizia alla Camera da rendere estremamente arduo il colpo di acceleratore invocato dall’avvocatura e, tutto sommato, dalle froze politiche. Queste ultime, infatti, si erano espresse quasi all’unanimità per evitare il passaggio in aula di un testo che, approvato dal Senato, è stato poi modificato alla Camera in maniera sensibile. Una maniera per provare a renderne più spedito il cammino che, comunque, vede come necessario un nuovo passaggio a Palazzo Madama. Per questo lo scorso 27 luglio Giulia Bongiorno, presidente della Commissione, aveva sollecitato al ministero della Giustizia un parere sull’assegnazione del Ddl in sede legislativa (richiesta firmata individualmente dalla larga maggioranza dei componenti della commissione). E ieri, alla riapertura dei lavori parlamentari, è arrivata la risposta di Paola Severino. Che è suonata un po’ come una doccia gelata per parlamentari e avvocati. Che stanno valutando di impugnare i provvedimenti su parametri e riforma delle professioni.
Severino, infatti, in una lettera indirizzata a Bongiorno e da quest’ultima distribuita poi ai componenti della commissione, dà un assenso formale alla legislativa ma, nello stesso tempo, subordina il «sì» allo stralcio di un pacchetto di misure che – scrive – «meritano un eventuale approfondimento da parte dell’aula». Sottolineatura assai problematica, però. Perché le parti che necessitano, a giudizio del ministro, di un surplus di riflessione costituiscono l’ossatura del provvedimento. E a questo punto le prime reazioni, non solo degli avvocati, sono di perplessità se non di sconcerto.
Donatella Ferranti, capogruppo Pd in commissione, con la lettera in mano da non più di un paio d’ore si riserva una valutazione più compiuta che verrà fatta collettivamente ma osserva che «a questo punto forse un confronto in aula potrebbe essere positivo. Certo bisognerà trovare spazio nel calendario . I punti toccati dal ministro sono però veramente cruciali e andare a uno spezzatino della riforma tra una parte, scarna, da approvare in commissione e un’altra, assai più densa, da varare in aula, non è forse la scelta più opportuna».
Le misure che non convincono il ministro sono molte e, in parte, ricalcano i dubbi espressi dall’Antitrust. Severino ricorda innanzitutto che con i diversi interventi succedutisi in questi mesi sulle professioni si è tenuto conto della specificità dell’avvocatura e dà atto che, nel corso dei lavori parlamentari, sono state adottate modifiche che hanno reso il testo della riforma più aderente ai principi di liberalizzazione. Tuttavia molte sono ancora le parti poco convincenti.
A partire dalla riserva a favore degli avvocati in materia di consulenza legale e assistenza stragiudiziale. Una limitazione che, per Severino, è oggi assente nella maggior parte degli altri ordinamenti e non sembra trovare giustificazione nella tutela di interessi generali.
Quanto alle specializzazioni, è esclusa la possibilità di valutare, in alternativa alla frequenza dei corsi, anche esperienze professionali qualificanti e significative per i legali iscritti all’Albo da meno di 20 anni.
Altro tasto dolente è quello della pubblicità, dove la disciplina introdotta appare ancora troppo restrittiva e affida al Cnf il potere di determinare i criteri sulle modalità di informazione e comunicazione, senza stabilire i principi, «con ciò conferendo una delega in bianco lesiva della libertà economica dell’avvocato».
Venendo ai compensi, oltre a un dubbio riferimento ai parametri per la determinazione in assenza di accordo preventivo con il cliente, il Ddl reintroduce di fatto le tariffe stabilendo che l’importo può essere anche imposto in maniera autoritativa dal Consiglio dell’ordine.
Ma non è finita. Sul banco degli imputati sale infatti anche il regime delle incompatibilità ed è critico pure il capitolo sul tirocinio soprattutto nella parte in cui questo viene ritenuto incompatibile con qualunque rapporto di impiego pubblico.

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