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Riforma degli ammortizzatori, rischio slittamento a fine anno

Tra costi eccessivi, l’impossibilità di utilizzare i fondi Ue per le coperture, e le posizioni distanti all’interno della maggioranza sulle soluzioni da adottare, la riforma degli ammortizzatori, che doveva essere pronta per la fine dello scorso anno, è finita in un binario morto. Se ne riparlerà, con ogni probabilità, nella prossima legge di Bilancio e, quindi, le nuove norme – se tutto andrà bene – non arriveranno prima del 2022.

Il ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo, ha spiegato che sono slittati a data da destinarsi i tavoli con le parti sociali – ovvero gli incontri in programma ieri con i sindacati e oggi con le imprese – per la concomitanza con gli incontri sul Recovery plan con le organizzazioni sindacali e le associazioni datoriali. Ma la realtà è che a tutt’oggi non si conosce ancora quale sia il testo del governo, esiste solo una bozza di una commissione di esperti nominata dal ministro Catalfo (il contenuto è stato anticipato questa estate dal Sole24Ore), che ipotizza un restyling a tutto campo dei sussidi, con un aggravio di costi per le imprese: cigs sostanzialmente per tutti i settori produttivi, cassa ordinaria più estesa, con lo stop a cig in deroga e Fis. Ammortizzatori anche per gli autonomi. Tetti ai sussidi più elevati e Naspi allargata a collaboratori e partite Iva della gestione separata.

In sintesi, un progetto ambizioso pensato con una dote, a carico della fiscalità generale, di circa 20 miliardi negli anni di transizione per attestarsi intorno ai 10 miliardi a regime; ma che già, in autunno, di fronte alle prime simulazione dei tecnici del ministero dell’Economia faceva acqua da tutte le parte; in primis, sul capitolo nodo costi-coperture.

Il disegno originario, o meglio dire l’auspicio della titolare M5S del dicastero di Via Veneto, era di coprire la spesa della riforma inizialmente con i fondi europei, eppoi attraverso un incremento della contribuzione a carico delle imprese. Tutto ciò prima dell’amara scoperta, quando, cioè, il governo Conte (e il ministro del Lavoro) ha realizzato che non si possono utilizzare i soldi del Recovery Fund per la copertura dei nuovi ammortizzatori “universali” e che in un contesto difficile come quello attuale, con molte imprese che hanno problemi di liquidità, non è apparsa praticabile neppure la soluzione di aumentare, da subito, i costi sui datori di lavoro. Uno degli aspetti principali è proprio questo. Chi paga e, soprattutto, quanto paga. L’intero settore manifatturiero, da marzo, continua a versare un’elevata contribuzione per gli ammortizzatori ordinari (per la Cigo, pari all’1,70% della retribuzione per le imprese fino a 50 dipendenti e al 2% della retribuzione da 50 dipendenti in su). Ogni anno, per essere chiari, l’industria, l’edilizia, i trasporti pagano tra i 2,6 e i 2,9 miliardi di euro per la cassa ordinaria. Con il paradosso che continuavano a versare per la Cigo senza utilizzarla, visto che il 99% delle ore di cassa integrazione sono state con la causale “emergenza Covid”. Fino alla legge di Bilancio 2021 le imprese hanno pagato anche un’addizionale sulla cassa Covid, visto che solo le ultime 12 settimane di ammortizzatore Covid-19 sono divenute gratuite.

Ecco perché il mondo delle aziende chiede al governo di proseguire con la cassa emergenziale senza addizionali (al momento, si ragiona su due ipotesi: a 26 settimane per terziario e 4-6 per la manifattura, o 26 settimane per tutti), almeno per tutte le aziende colpite dalle misure anti crisi come è avvenuto sino ad ora. «Le crisi di questi ultimi anni e la pandemia – spiega Pierangelo Albini, direttore dell’area Lavoro, Welfare e Capitale umano di Confindustria – hanno reso evidente la necessità di ripensare il sistema degli ammortizzatori sociali per l’intera economia. Questo rinvio non è certo un bel segnale. A molti settori mancano strumenti adeguati e le contribuzioni andrebbero certamente ponderate».

Altro nodo, anch’esso rimasto ai margini della bozza Catalfo, è il link tra sussidi e politiche attive, su cui, ancora ieri, ha insistito Confindustria, chiedendo di aprire al coinvolgimento delle agenzie private, e potenziando assegno di ricollocazione e contratto di espansione. Due misure, importanti, rilanciate dal Pd, nella sostanziale indifferenza del M5S. «Chiediamo alla ministra Catalfo di far decollare le nuove politiche attive e le norme approvate in Parlamento – spiega la presidente della commissione Lavoro della Camera, Debora Serracchiani -. Il 31 marzo è dietro l’angolo, e non possiamo permetterci ritardi».

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