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Riforma degli ammortizzatori: la dote di partenza è 8 miliardi

Il nodo risorse continua ad essere il principale ostacolo sulla via della riforma degli ammortizzatori sociali. Al centro dell’incontro di un’ora e mezza di ieri mattina con il ministro dell’Economia, Daniele Franco, la bozza elaborata dal titolare del Lavoro, Andrea Orlando, che punta ad ampliare dal 1 gennaio 2022 la copertura dei trattamenti di integrazione salariale alle piccolissime imprese, con il superamento della cassa integrazione in deroga e il ricorso a due soli strumenti: la cassa integrazione ordinaria e straordinaria (accanto alle attuali causali di riorganizzazione e crisi aziendale e contratto di solidarietà rispunta la cessazione dell’attività, e vengono introdotte crisi locale o settoriale ovvero riorganizzazione, conversione, rinnovo dell’attività in ragione di un adeguamento determinato da fattori di mercato o da esigenze transizionali).

La bozza del ministero del Lavoro prevede che, per le imprese che occupano fino a 15 dipendenti, i trattamenti di assegno ordinario e di integrazione salariale straordinaria non possono superare la durata massima complessiva di 12 mesi in un quinquennio mobile. Il problema è che questa operazione di ampliamento delle tutele significa in prospettiva far pagare la contribuzione a chi finora ha potuto contare sulla copertura da parte della fiscalità generale: girano diverse ipotesi di aliquote (si ragiona intorno allo 0,6%) con una copertura iniziale da parte dello Stato attraverso le risorse da trovare in legge di Bilancio, per poi far pagare i datori di lavoro. Si pone anche un problema di equità, considerando che le aziende industriali fino a 50 dipendenti versano un contributo per il finanziamento mensile della Cigo pari all’ 1,70%, per le aziende con oltre 50 dipendenti l’aliquota è al 2%, mentre industria e artigiani edili versano il 4,7% per gli operai. La contribuzione addizionale, versata in base all’utilizzo della Cig, secondo la bozza dovrebbe essere fissata secondo un principio di bonus/malus. L’idea del governo è quella di creare un fondo in manovra in funzione di serbatoio: si starebbe ragionando su cifre intorno ai 7-8 miliardi, comprensivi degli 1,5 miliardi derivanti dallo stop 2021 all’operazione cashback. A seconda di come verranno modulate alcune norme, specie su pmi e autonomi, il costo della riforma si potrebbe avvicinare ai 10 miliardi, incluso il rafforzamento della Naspi.

Viene confermato che il trattamento ordinario e quello straordinario di integrazione salariale non possono superare la durata massima complessiva di 24 mesi in un quinquennio mobile, mentre per le imprese industriali e artigiane dell’edilizia e affini, il trattamento ordinario e quello straordinario non possono superare i 30 mesi in un quinquennio mobile. L’altra novità, la disciplina delle integrazioni salariali ordinarie e i relativi obblighi contributivi, secondo la bozza di riforma, si applicano anche alle imprese della grande distribuzione organizzata che abbiano occupato mediamente più di 50 dipendenti (inclusi gli apprendisti e i lavoratori a domicilio).

Questa nuova rete di protezione dovrà servire ad attenuare le conseguenze dell’emergenza Covid, considerando che secondo l’Employment Outlook 2021 dell’Ocse in Italia il tasso di occupazione ritornerà ai livelli pre crisi nel terzo trimestre del 2022, prima della media dei paesi Ocse, ma dopo la Germania. Il report lancia l’allarme sugli alti livelli di disoccupazione giovanile, con il tasso che «è salito ulteriormente dal livello già molto alto del 28,7%» fino a toccare il 33,8% nel gennaio 2021.

L’Italia ha fatto ricorso alla cassa integrazione più degli altri Paesi, con un picco del 30% dell’occupazione nel mese di aprile 2020 (contro una media Ocse del 20%), ed era all’8% a dicembre 2020. Il massiccio uso della Cig ha limitato le perdite di posti di lavoro (l’Italia ha subito un calo del tasso di occupazione di un punto percentuale contro la media di 5 punti percentuali dell’Ocse). Resta però sempre alto il tasso di disoccupazione: è aumentato dal 9,5% nel quarto trimestre 2019 al 10,5% nel maggio 2021, a fronte di una media Ocse del 6,6%. E abbiamo ancora pochi occupati: l’occupazione era al 58,5% nel quarto trimestre 2020, rispetto al 59,3% dell’ultimo trimestre del 2019. Livelli ben al disotto della media Ocse (66,7% nel quarto trimestre 2020 e 68,9% ante-crisi). Peggio di noi fanno solo Turchia, Cile e Grecia.

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