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Riflettori sui soci privati. Via alle grandi manovre per il consiglio di A2A

A2A ha bisogno di un soggetto intermedio tra i Comuni di Brescia e di Milano, titolari del 27,5% ciascuno? La risposta logica sarebbe negativa, perché i due enti locali sono legati da un patto di sindacato. E tuttavia i contrasti sono stati innumerevoli. In questo rissoso contesto, la gestione, dominata dai milanesi, ha fatto di A2A la Cenerentola delle ex municipalizzate quotate in Borsa pur avendo un insediamento industriale e commerciale superiore alle altre. Di qui, l’opportunità che il mercato giochi un ruolo cruciale e positivo, approfittando di uno spiraglio dello statuto.
Secondo l’articolo 17, infatti, la lista che arrivasse seconda raccogliendo almeno il 20% dei voti avrebbe diritto non più a 3 membri del consiglio di sorveglianza su 15, ma a 6 consiglieri e al vicepresidente; di conseguenze, il listone di Brescia e Milano scenderebbe da 12 a 9 consiglieri. Una lista di minoranza ben articolata e professionale potrebbe instaurare una dialettica nuova costringendo i consiglieri di matrice pubblica ad andare d’accordo pena il rimescolamento delle carte. Sul fronte di A2A, pur vantando una grande storia, i due Comuni lombardi non hanno dato una buona prova negli ultimi 4 anni. Si sono dimostrati azionisti ciechi: avidi di dividendi, ma al tempo stesso incapaci di dare indirizzi di ampio respiro, sorvegliare il management, ridurre i costi e snellire, anziché burocratizzare, l’organizzazione aziendale.
I principali soci di minoranza sono la svizzera Alpiq, con il 4,86%, la finanziaria Tassara con il 2,51% e il Comune di Bergamo con poco meno del 2%. Pacchetti superiori all’1% sono anche in mano al Comune di Varese e a un certo numero di fondi oltre che a migliaia di risparmiatori preoccupati per il deludente andamento del titolo. Per poter presentare una lista, è necessario depositare almeno l’1% del capitale, e poi si va alla conta. La scadenza temporale è il 4 maggio, ovvero 25 giorni prima dell’assemblea, convocata per il 29.
Sulla carta, il soggetto più adatto per presentare una lista aggregante, data la sua storia industriale, sembra essere Alpiq, ma la delusione per la performance di A2A potrebbe essere tale da sconsigliare altro impegno. Altri soggetti potrebbero essere l’Assogestioni e le banche. Storicamente Assogestioni non ha mai voluto correre il rischio di avere la maggioranza, ma con la presidenza di Domenico Siniscalco ha saputo sfidare le fondazioni bancarie. Intesa Sanpaolo si è pur impegnata sul fronte della concessionaria autostradale Serenissima per favorire la ricomposizione dell’azionariato. Unicredit accompagnò a suo tempo la privatizzazione di Autostrade. Nel caso di A2A, né Brescia né Milano pensano alla privatizzazione, ma entrambi sanno che la legge impone loro di ridurre la somma delle proprie partecipazioni al 40% entro il giugno 2013 e al 30% entro il 2015. Lo statuto limita al 5% l’esercizio dei diritti di voto per il singolo socio. Ma con i due Comuni al 30% le dinamiche possono cambiare. In teoria, chi facesse un’Opa e arrivasse sopra il 60% potrebbe far cambiare lo statuto. Nessuno lo farà, perché poi avrebbe vita durissima. Ma tra il nulla e operazioni come il salvataggio dell’Alitalia c’è un’infinità di vie di mezzo da studiare d’intesa con i Comuni azionisti. Che, dovendo vendere il 25% nei prossimi due anni, hanno più di tutti interesse alla rivalutazione del titolo.

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