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Rifiuti, flop degli impianti: in nove anni realizzato il 20% delle opere finanziate

La «transizione ecologica» e la «rivoluzione verde» sono attori protagonisti sulla scena del Recovery Plan italiano. Il Pnrr, si legge a pagina 117 del documento inviato dal governo italiano a Bruxelles e in attesa del primo esame che potrebbe chiudersi la prossima settimana, è «un’occasione unica per accelerare» il passaggio a un’economia davvero circolare. Ma oltre a essere «unica», l’occasione corre il fortissimo rischio di essere mancata: a meno di un cambio di passo più che drastico nella realizzazione degli investimenti. All’interno della missione 2, intitolata appunto alla «Rivoluzione verde e Transizione ecologica», la Componente 1 programma 2,1 miliardi di euro per «migliorare la capacità di gestione efficiente e sostenibile dei rifiuti». La cifra è vicina a quanto finanziato sullo stesso tema negli ultimi otto anni. Con risultati fallimentari.

I numeri del fallimento

Il racconto di quanto accaduto negli ultimi anni è devastante. Per conoscerlo bisogna scorrere il monumentale «Rapporto 2021 sul coordinamento della finanza pubblica» appena presentato dalla Corte dei conti. La storia inizia a pagina 423, dove si apre la sezione che per la prima volta mette in fila i numeri di programmi, finanziamenti e realizzazioni in fatto di impiantistica sui rifiuti fra 2012 e 2020. La fotografia è dettagliata, e le cifre sono tante. Ma una è sufficiente per delineare i contorni del problema: tra 2012 e 2020 Comuni, Città metropolitane, Province, Regioni e società partecipate degli enti locali hanno finanziato 1.841 infrastrutture per la gestione e lo smaltimento dei rifiuti, per un valore complessivo di 1,55 miliardi. Ma in nove anni i pagamenti effettivi si sono fermati a 316,2 milioni, il 20,4%.

Le opere fantasma

Basta questo dato a misurare il flop che ha caratterizzato in misura endemica i programmi di potenziamento infrastrutturale nella gestione del ciclo dell’igiene urbana.

Ma l’analisi della Corte dei conti fa di più. Seguendo il percorso dei «Codici unici di progetto», traccia la parabola di ogni singola opera. Scoprendo nel dettaglio i risultati del percorso accidentato che prova a condurre dalla decisione di realizzare un impianto alla sua effettiva messa in azione.

Prima di tutto, delle 1.841 opere tra centri di raccolta, impianti di trattamento su su fino ai termovalorizzatori, 488 si perdono per strada senza nemmeno vedere la posa della prima pietra. In questo modo, nel periodo analizzato dai magistrati contabili sono sfumati investimenti per 576 milioni. Ma anche quando i lavori partono, l’arrivo dell’infrastruttura al traguardo della messa in opera è un esito tutt’altro che scontato: tra le opere avviate tra 2012 e 2020 solo il 33% registra «un qualche stato di avanzamento lavori». Sul resto, è buio fitto.

Nimby e Nimto

A far naufragare l’investimento non è necessariamente la sua dimensione. Perché nel triangolo delle Bermude delle mancate realizzazioni si perdono opere di tutti i tipi, spesso con un valore medio che non supera il milione di euro. Certo, quando dimensioni e volume delle infrastrutture crescono l’effetto Nimby (anche nella sua declinazione Nimto, Not in My Term of Office, evocato dalla Corte) si fa sentire. E il tasso di realizzazione scende ulteriormente proprio quando in gioco ci sono gli interventi più importanti per chiudere i deficit territoriali più gravi (si veda l’articolo a fianco).

L’analisi della Corte apre infatti lo zoom sugli investimenti nelle «grandi opere», considerando come tali quelle che nel capitolo dell’igiene urbana superano i 10 milioni di euro. Agli interventi di questo tipo, rappresentati soprattutto da impianti di compostaggio ed ecodistretti, sono statti dedicati finanziamenti per 586 milioni: ma il tasso di realizzazione si ferma a un modestissimo 5,5%. Dell’elenco fanno parte due termovalorizzatori, in Sardegna e Calabria, finanziati con 103 milioni e mai avviati.

Tempi eterni

La ricerca di una causa unica del problema, e quindi di una soluzione panacea da applicare per cambiare rapidamente passo, sarebbe vana. Un’indicazione importante arriva dal calendario su cui hanno arrancato le opere che comunque sono arrivate alla chiusura dei lavori. In media, hanno impiegato 4,3 anni, che per il 60% sono stati dedicati alla prima fase, quella della progettazione. Le carte, rappresentate dagli studi di fattibilità fino alla progettazione definitiva e a quella esecutiva, assorbono in media 2,7 anni, cioè un periodo cinque volte superiore a quello dell’affidamento che in genere fra aggiudicazione e stipula viene coperto in sei mesi. Basta questo a spiegare l’effetto limitato dei tanti «decreti semplificazioni» che fin qui hanno ingolfato le Gazzette Ufficiali concentrandosi in modo quasi esclusivo sulle procedure d’appalto, e ignorando quindi i problemi che si affollano prima di arrivare a gara.

In ogni caso, i tempi di realizzazione calcolati dalla Corte dei conti sono biblici ma sottostimati. Perché non possono misurare i dibattiti eterni che sul territorio si infiammano intorno a ogni opera ambientale, salvando quasi esclusivamente i centri per la raccolta che infatti sono la tipologia caratterizzata dal grado di realizzazione meno sconfortante. Ma la raccolta differenziata, che mediamente incontra il favore delle popolazione grazie ad anni di campagne informative, resta un pannicello caldo se non si riesce a chiudere in modo efficiente il ciclo di gestione dei rifiuti. E per quello servono anche gli impianti considerati brutti e cattivi da certo ambientalismo malinteso.

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