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Rientro dei capitali, più appeal

Voluntary disclosure con più appeal. Si alleggerisce il costo dell’adesione grazie al fatto che l’Agenzia delle entrate potrà accertare fatti di evasione se commessi fino al 2009, e non invece fino al 2005 come previsto dalla prima versione della disciplina della voluntary (decreto legge 4 del 2014).

Questo uno degli effetti degli emendamenti al ddl sul rientro dei capitali approvato dalla commissione finanze della Camera (si veda ItaliaOggi di ieri), che ora è al vaglio dell’aula, il quale tra l’altro introduce il reato di autoriciclaggio che consegna a un destino di sicura inutilizzabilità i fondi detenuti all’estero in violazione della normativa sul monitoraggio fiscale non oggetto della procedura di regolarizzazione.

Il comma 3-bis dell’art. 1 del ddl rende dunque non operativo il raddoppio dei termini di decadenza dell’azione accertatrice per gli attivi detenuti in paesi black list. Si tratta invero di una tematica sulla quale il dibattito, già all’indomani dell’emanazione del decreto legge n. 4, poi non convertito, si era acceso. La procedura di collaborazione volontaria era e rimane una procedura confessoria che si basa sulla messa a disposizione da parte del contribuente di tutti gli elementi informativi e documentali che si riferiscono alla precostituzione della provvista estera non dichiarata e alla sua evoluzione. I termini di decadenza dell’azione accertatrice sono raddoppiati, a legislazione vigente, in due casi: a) per le violazioni che comportano l’obbligo di denuncia ai sensi dell’articolo 331 del codice di procedura penale per uno dei reati tributari previsti dal decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74 e b) nel caso di accertamento basato sulla «presunzione» secondo cui le attività finanziarie e patrimoniali estere detenute negli stati o territori a regime fiscale privilegiato in violazione degli obblighi di monitoraggio fiscale, si presumono costituite, salva la prova contraria, mediante redditi sottratti a tassazione. La ratio del raddoppio dei termini in entrambi i casi risiede nell’esigenza di dare all’amministrazione maggior tempo per accertare fatti particolarmente complessi. Visto che la voluntary disclosure si basa sulla collaborazione piena e veritiera, da più parti si era sottolineato che il raddoppio dei termini, in caso di accesso alla procedura, appariva contrario ad esigenze di proporzionalità oltre che alla stessa ratio delle norme che prevedono il raddoppio dei termini.

La commissione finanze della Camera è stata sensibile al dibattito sviluppatosi in questi mesi: l’art. 1, comma 3-bis del ddl, rende infatti non operativo il raddoppio dei termini per le attività finanziarie e patrimoniali estere detenute negli Stati o territori a regime fiscale privilegiato in violazione degli obblighi di monitoraggio fiscale qualora il paese dove gli attivi sono stati depositati, ancorché incluso in una delle black list che fanno scattare in astratto il raddoppio dei termini, abbia firmato un accordo sullo scambio di informazioni a domanda conforme agli standard Ocse, o firmi un tale accordo entro 60 giorni dalla data di entrata in vigore della legge.

Non c’è raddoppio dei termini, dunque, se gli attivi sono depositati in un paese che, pur essendo incluso in una black list italiana, è divenuto collaborativo perché ha firmato un protocollo modificativo della relativa convenzione contro le doppie imposizioni che rende effettivo lo scambio di informazioni a domanda, anche in deroga al segreto bancario e professionale. Questo è il caso del Lussemburgo, che ha firmato in data 21 giugno 2012 un tale protocollo modificativo, invero solo recentemente ratificato dall’Italia. Non c’è raddoppio dei termini anche per Singapore e Hong Kong, che hanno firmato tali protocolli. Dal testo del ddl arriva dunque uno stimolo per paesi come la Svizzera e Montecarlo a chiudere in tempi rapidissimi accordi sullo scambio di informazioni.

Per i paesi inclusi in una delle black list ma che sono divenuti collaborativi a seguito della firma di protocolli sullo scambio di informazioni un’altra conseguenza in rilievo: le sanzioni sul monitoraggio si applicano nella misura minima del 3% (definibile all’1% per annualità nell’ambito della procedura di disclosure).

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