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Rientro dei capitali a rischio Ai conti mancano 4 miliardi

Il rientro volontario dei capitali detenuti illecitamente all’estero rischia seriamente di slittare all’anno nuovo. E di perdere mordente, visto che dal primo gennaio, tra tutti i Paesi europei, compreso il Lussemburgo, e la Svizzera, scatta lo scambio automatico di informazioni tra le autorità fiscali. La speranza del governo di fare il «pieno» di capitali rimpatriati entro la fine dell’anno, prima che scatti il nuovo regime europeo, nonostante le banche abbiano già predisposto moltissime pratiche e l’attesa sia altissima, è sempre più remota. Il progetto, partorito dal governo due anni fa e dal quale si attendono forti entrate una tantum (almeno 3-4 miliardi) e in seguito strutturali, procede con forte ritardo.
Il provvedimento è stato approvato dalla Camera il 16 ottobre e ora è in discussione al Senato, sia in commissione Finanze che in commissione Giustizia. Nonostante il difficile compromesso raggiunto a Montecitorio si prospettano modifiche, per cui il ritorno del disegno di legge alla Camera appare inevitabile. Il cammino del provvedimento, per giunta, si intreccia con quello della legge di Stabilità 2015, che ha ovviamente la precedenza. Rendendo ancora più difficile l’approvazione della legge in tempo utile per far scattare la «voluntary disclosure» entro fine anno.
Da gennaio 2015, poi, il rientro agevolato dei capitali dall’estero, con il pagamento delle tasse arretrate ma con sanzioni molto ridotte, avrà anche un «concorrente» nel nuovo ravvedimento operoso previsto dalla legge di Stabilità. Per i casi più semplici, per riportare i capitali in Italia, potrebbe convenire fare una dichiarazione integrativa con i redditi maturati all’estero in tutti i periodi d’imposta che possono essere ancora soggetti ad accertamenti da parte del Fisco.
La «voluntary disclosure» resta l’unica alternativa quando i beni esteri da rimpatriare sono proventi di reati penali, come quelli tributari o l’autoriciclaggio, il reato che viene introdotto dallo stesso provvedimento, che diventano non punibili se il meccanismo di autodenuncia viene attivato, se-condo il testo attuale, entro il 15 settembre 2015. Ma sulla non punibilità di alcuni reati, il funzionamento dei meccanismi di garanzia, e sulla stessa definizione di autoriciclaggio, che molti non ritengono chiara a sufficienza, il Senato potrebbe intervenire ancora.
I problemi aperti sono ancora molti. C’è quello dell’insanabilità dell’evasione Iva, che è un tributo comunitario, ed i relativi profili penali. C’è un problema sulla regolarizzazione delle società italiane che potrebbe non procedere parallelamente all’eventuale regolarizzazione dei beni dei suoi soci. C’è anche il rischio che l’operazione diventi un massacro fiscale per i contribuenti, perché allo stato attuale il Fisco non riconosce la detraibilità di eventuali tasse pagate all’estero sui capitali nascosti. E la definizione stessa dell’autoriciclaggio come reato non convince tutti: secondo alcuni la formula attuale, definita dopo una lunga trattativa tra Economia, Giustizia e Presidenza del Consiglio, rischia di essere inapplicabile, o quanto meno di prestarsi ad interpretazioni soggettive.
«Valuteremo emendamenti migliorativi sull’autoriciclaggio, su cui la commissione Giustizia ha condotto un lavoro più avanzato» ha detto ieri Claudio Moscardelli, Pd, relatore del provvedimento in commissione Finanze al Senato. Il governo, ha precisato, è d’accordo. C’è apertura anche ad alcune modifiche su aspetti «di carattere procedurale», si ragiona «sulla possibilità di far valere le tasse pagate all’estero», ma anche su aspetti che riguardano il versamento dei contributi sociali. Il termine per gli emendamenti è stato fissato per il primo dicembre ed il via libera del Senato dovrebbe arrivare prima del 9 dicembre, quando a Palazzo Madama arriverà la legge di Stabilità. In caso di modifiche, che potrebbero esser definite in Commissione per abbreviare i tempi, il provvedimento dovrebbe comunque passare alla Camera. E prima di avviare l’operazione «rimpatrio» bisognerà aspettare il provvedimento dell’Agenzia delle Entrate sulle modalità applicative, di presentazione dell’istanza e di pagamento dei relativi debiti fiscali.

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