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Rientro con lo scoglio riciclaggio

La risoluzione 7/00584 presentata dai parlamentari Giovanni Sanga e Marco Causi alla commissione Finanze della Camera (si veda «Il Sole 24 Ore» del 18 febbraio) per impegnare il governo a chiarire che in assenza di un incarico non sussistono gli obblighi di segnalazione antiriciclaggio posti in capo ai professionisti che assistono i clienti nelle procedure di voluntary disclosure non sembra idonea a risolvere la questione. L’assistenza che il professionista presta al cliente sull’opportunità di accedere alla disclosure è, di per sé, una prestazione professionale che consegue a un incarico, magari non formalizzato.

 

L’assistenza
La risoluzione, quindi, o sarebbe vietata dai principi Gafi, costituendo una surrettizia sospensione degli obblighi antiriciclaggio, oppure sarebbe inutile, essendo già sancito dall’articolo 41, comma 1 del decreto legislativo 231/2007 che gli obblighi sorgono per effetto dello svolgimento di un’attività «anche a seguito di un incarico».
La soluzione al problema va invece ricercata nell’articolo 12, comma 2, secondo il quale l’obbligo di segnalazione di operazioni sospette non si applica nell’esame della posizione giuridica del cliente in relazione a un procedimento giudiziario, compresa la consulenza sull’eventualità di intentare o evitare un procedimento e si estende alle informazioni ottenute prima, durante o dopo il procedimento.
Il ministero dell’Economia, con la risposta alla Faq del 23 gennaio, sembra concludere che l’esonero dall’obbligo di segnalare le operazioni sospette non si estenderebbe alla fase in cui il professionista assiste il cliente che abbia deciso di aderire alla voluntary (esame della documentazione, presentazione della domanda, presentazione della relazione illustrativa) in quanto non sarebbe consulenza collegata a procedimenti giudiziari.
Ma un procedimento giudiziario è per definizione quello in cui si esercita la giurisdizione.
In seguito alla richiesta di ammissione alla procedura l’Agenzia emetterà un invito al contraddittorio che il contribuente può definire o impugnare. La scelta dipenderà della consulenza del professionista sull’opportunità di evitare il procedimento sulla base delle informazioni ottenute prima del medesimo. Nel primo caso il contribuente eviterà procedimenti giudiziari, nel secondo invece affronterà consapevolmente quello fiscale e possibilmente anche quello penale. Dunque se i dati e le informazioni ricevuti dal professionista sono finalizzati esclusivamente all’opportunità di evitare o affrontare i procedimenti giudiziari l’esonero dalla segnalazione deve essere considerato «di natura tale da preservare il diritto del cliente a un equo processo» (Corte di giustizia Ue causa C-305/05).
L’ampiezza dell’esonero risulta anche dalla nota interpretativa alla raccomandazione 23 del Gafi –Fatf che parla anche di attività svolte nell’ambito di procedimenti collegati con quelli giudiziari e di procedimenti amministrativi.
I contorni dell’esonero debbono essere però circoscritti. Dato che quasi qualsiasi attività di un professionista può sfociare in un procedimento amministrativo, civile, o penale, questo ragionamento porterebbe a concludere che i professionisti non sono mai tenuti a segnalare le operazioni sospette. Ciò che certamente non corrisponde alla ratio legis ed espone a sanzioni che possono arrivare fino al 40% degli importi non segnalati.

 

Le altre attività
Se invece l’incarico conferito al professionista – soprattutto il commercialista – comprende anche l’assistenza in altre attività (elencate all’allegato A al provvedimento Uic del 24 febbraio 2006) attinenti ad esempio l’apertura, chiusura e gestione di conti bancari, la gestione di denaro, strumenti finanziari e altri beni, la costituzione, liquidazione e gestione di società, enti, trust o strutture analoghe o qualsiasi altra operazione di natura finanziaria, non godrà di alcun esonero. In ogni caso il fondamento delle segnalazioni rimane il sospetto – o la consapevolezza – dell’origine criminosa dei beni oggetto dell’operazione, compresi i reati tributari. Insomma, la risoluzione non elimina le incertezze. L’esperienza insegna che le incertezze in questo campo possono, dopo, pagarsi a caro prezzo. Ad esempio, l’esonero previsto in occasione degli scudi fiscali costrinse i destinatari a districarsi in un ginepraio di prassi contraddittorie, puntualmente esplose nel corso delle attività ispettive. La legge antiriciclaggio è già fin troppo articolata e non ha bisogno di essere arricchita da cavilli. È lecito invece pretendere che l’autorità responsabile delle politiche di prevenzione antiriciclaggio e titolare dei poteri sanzionatori amministrativi spieghi in modo esaustivo come intende applicarla.

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