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Rientro capitali, studi in allerta

Il pressing per avviare l’operazione rientro dei capitali cresce, dentro e fuori dalle aule parlamentari. Il disegno di legge sulla voluntary disclosure oggi riprenderà l’iter in commissione Finanze alla Camera. Negli studi professionali, che da tempo hanno impiegato rilevanti risorse per predisporre non semplici dossier necessari per i rientri dei capitali dei clienti, c’è sempre impazienza per chiudere le pratiche. Anche perchè si potrebbero incassare i consistenti compensi legati all’esito delle procedure, in molti casi indispensabili per dare ossigeno ai bilanci interni messi a dura prova dalla crisi.
Dalla finalizzazione delle operazioni si attendono benefici anche intermediari finanziari e banche, che potrebbero contare su un afflusso di nuovi asset e migliorare i propri ratios patrimoniali. Senza dimenticare gli effetti positivi che il rimpatrio dei capitali illecitamente detenuti oltre confine potrebbe determinare per l’Erario (nell’ottica degli equilibri da raggiungere con prossima legge di Stabilità), nonché per il rilancio degli investimenti.
Nei mesi scorsi, in effetti, il susseguirsi delle iniziative bilaterali e multilaterali di contrasto all’evasione fiscale internazionale – dall’implementazione del regime Fatca voluto dagli Stati Uniti all’accelerazione sul sistema multilaterale di scambio automatico delle informazioni in ambito Ocse e G-20 (si veda Il Sole 24 Ore di ieri) – ha contribuito a rendere sempre meno conveniente il deposito all’estero dei capitali e a far aumentare le richieste di adesione alla voluntary disclosure. I professionisti impegnati su questo fronte hanno provveduto perciò a preparare i dossier dei clienti, in attesa di capire quale sarebbe stato il quadro normativo definitivo per realizzare il rientro. L’auspicio, nei mesi scorsi, era quello di poter fare affidamento su un quadro di regole certe dopo l’estate. La scadenza del 30 settembre 2014 indicata nei primi disegni di legge depositati in Parlamento avrebbe appunto dovuto permettere di “regolarizzare” le posizioni dei contribuenti chiamati alle dichiarazioni dei redditi relative al 2013.
L’approvazione della legge, però, è slittata. Il testo, che ha come relatore Giovanni Sanga (Pd), dovrebbe essere a breve calendarizzato per l’Aula di Montecitorio. Per cui gli operatori adesso guardano a un termine finale fissato al 31 dicembre. A patto che si riesca a sciogliere il nodo dell’autoriciclaggio. Le soluzioni rispetto a ipotesi troppo punitive e in definitiva controproducenti per il buon esito dell’operazione viaggiano ancora su due binari diversi. Da un lato, in ambito parlamentare, il relatore Sanga potrebbe presentare un emendamento, frutto del parere della commissione Giustizia, diretto a sostituire il termine «impiego» con la frase «compie altre attività di occultamento». Una formula garantista che risponderebbe ai timori di chi vede nella contestazione del reato di autoriciclaggio uno sconfinamento nell’autoimpiego in grado di moltiplicare gli effetti penali del comportamento illecito. Dall’altro lato, c’è il Ddl criminalità messo a punto del ministero della Giustizia e pronto per il deposito in Parlamento, nel quale l’autoriciclaggio viene limitato all’ipotesi in cui si sostituisca, trasferisca ovvero si impieghi il provento dell’evasione «in attività economiche o finanziarie», mentre viene esclusa la punibilità «quando il denaro, i beni o le altre utilità vengono destinate alla utilizzazione o al godimento personale».
Questo mentre arrivano i dati dell’anno scorso sul riciclaggio: nel 2013 sono state segnalate operazioni finanziarie sospette per 84 miliardi di euro, sette miliardi in più rispetto al 2012 (si veda la tabella a fianco), come emerge dalla «Relazione sull’attività di prevenzione del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo» pubblicata ieri dal Dipartimento del Tesoro e inviata al Parlamento.

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