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Riemersione con regole comuni

Procedura unificata per l’emersione del “nero”, sia estero sia nazionale, e decisa apertura sull’autoriciclaggio.
La tormentata vicenda della voluntary disclosure per il rientro dei capitali, iniziata a fine gennaio con l’adozione del (poi decaduto) Dl 4/2014, non vede ancora la luce del punto di arrivo.
Ieri, in una giornata che avrebbe dovuto segnare la sostanziale chiusura del testo della maggioranza in Commissione finanze della Camera (AC 2247, Causi), sono invece emerse due importanti novità.
La prima riguarda la soppressione di quello che nel maxiemendamento del relatore Giovanni Sanga era l’articolo 5–octies sul «ravvedimento speciale per l’integrazione degli imponibili». La norma segnava l’ingresso nell’ambito della voluntary disclosure di tutti quei beni/imponibili sottratti al fisco ma mai usciti dai confini nazionali (per esempio il contenuto delle cassette di sicurezza). Di fatto si tratta della riemersione del “nero” italiano che sarebbe stato possibile sanare con una semplice dichiarazione integrativa (in caso di dichiarazione omessa) o «di rettifica» rispetto a quella “sottostimata” dell’epoca. La scelta, oggi, della maggioranza alla Camera è invece di disciplinare il “nero” italiano esattamente come viene regolato, nel Ddl 2247 appunto, il rientro dei capitali esteri. Quindi niente più ravvedimento speciale, ma la possibilità di aderire alla procedura di collaborazione volontaria, più complessa – perché ha requisiti di completezza e verità, assistiti da una sanzione penale in caso di renitenza – e soprattutto “sorvegliata” dalle Entrate, con cui viene calcolata la congruità delle sanzioni (ridotte) e degli interessi da pagare.
Per tutti i tipi di riemersione resta comunque fermo il principio del pagamento integrale delle imposte, nel caso si tratti di formazione o di aumenti di capitale ancora di annualità accertabili (5 o 10 anni, secondo che si tratti di Paesi white o viceversa black list, o comunque in caso di reati fiscali perseguibili).
L’altra scelta di politica penale/fiscale che starebbe maturando in Commissione finanze riguarda le sorti del reato di autoriciclaggio.
Dopo un lungo palleggio – iniziato la notte di gennaio che precedette l’adozione del Dl 4/2014 – l’articolo che punisce chi “lava” senza intermediari denaro di provenienza illecita (evasione fiscale compresa) potrebbe ritornare nel disegno di legge sulla voluntary disclosure. A parte la scelta che dovrà essere operata sulla fattispecie – visto che agli atti dei lavori parlamentari e ministeriali esistono almeno quattro versioni del nuovo 648-bis del Codice penale, con dosaggi anche molto differenti sul perimetro e sulla punibilità – la decisione, tutta politica, di chiudere il cerchio sull’evasione fiscale nel modo più traumatico, non può che comportare un ripensamento sull’intera impalcatura dei reati “sintomatici” di contribuenti infedeli. Non a caso gran parte della discussione degli ultimi mesi è stata incentrata sull’eventuale ampliamento della non punibilità – dai soli reati dichiarativi anche a quelli di frode – mentre nelle versioni più audaci della riemersione (e in particolare quella pensata dal Mise per il reimpiego in aziende dei fondi esterovestiti, versione poi bloccata dal Mef) la sanatoria si allargava anche a tutti i reati societari collegati, e anche a ogni ipotesi di falso strumentale. La partita sul testo di legge resta comunque aperta, almeno fino a martedì della prossima settimana.

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