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«Ridurre le sofferenze bancarie»

L’azione della politica monetaria della Bce richiede di essere supportata da altre politiche nell’euro area: le riforme strutturali in primis ma anche azioni dei singoli governi volte a garantire lo smaltimento rapido di 900 miliardi di crediti deteriorati che gravano sui bilanci delle banche e rallentano il passo della ripresa.
È quanto ha spiegato ieri José Vinals, consigliere finanziario del Fondo monetario internazionale. Nel discorso introduttivo al Global Financial Stability Report, in cui si spiega che i rischi alla stabilità finanziaria sono aumentati rispetto allo scorso ottobre, Vinals loda le misure del Quantitative easing (Qe) adottate dalla Banca centrale europea e della Bank of Japan ma aggiunge che ciò che serve ora si può sintetizzare con lo slogan “QE più altre politiche”. Nell’area euro «i legislatori nazionali dovrebbero incoraggiare le banche a gestire i prestiti cattivi e implementare framework istituzionali e legali più efficienti per accelerare questo processo», dice l’esperto. Il rapporto entra nel dettaglio e afferma che nell’Eurozona nel suo complesso «la qualità degli asset ha continuato a deteriorarsi nel 2014», sebbene a un passo più lento, con prestiti deteriorati ora oltre i 900 miliardi di euro, due terzi dei quali distribuiti fra sei paesi: in Italia, Irlanda, Grecia, Cipro, Portogallo e Spagna il totale supera i 600 miliardi di euro.
Tra l’altro, ricorda ancora lo studio, in Italia, Grecia, Cipro, Irlanda, Portogallo e Slovenia la maggioranza delle banche coinvolte nell’Asset Quality Review della Banca centrale europea ha mostrato attività in sofferenza per il 10% o più della loro esposizione complessiva: per quel che riguarda il nostro paese, dove le sofferenze lorde hanno raggiunto quota 187,3 miliardi un grafico del rapporto indica che una parte consistente delle aziende di credito del campione analizzato da Bce ha una quota di crediti deteriorati compresa fra il 10 e il 25 per cento dell’esposizione totale.
Secondo il Fondo, gli asset problematici del Continente «sono ampi rispetto alla dimensione dell’economia di riferimento». Gli istituti di credito dell’area euro non hanno seguito le strategie adottate in Usa e Giappone nei primi anni 2000, più decise nello svalutare questi asset inesigibili, «suggerendo una gestione meno attiva del debito cattivo e un miglioramento più limitato nell’indebitamento aziendale», si legge nel Gfsr, che avverte: «Senza azioni correttive, la capacità di una banca di concedere prestiti potrebbe essere limitata solo all’uno-tre per cento in media l’anno». Anche perché i non performing loans «riducono la disponibilità e la capacità di una banca a fornire credito in tre modi: frenano la redditività e comportano costi operativi; richiedono di essere coperti da capitali; portano le banche ad essere meno propense a concedere prestiti a soggetti con una qualità del credito borderline». Tutto ciò rischia di frenare la trasmissione dell’allentamento monetario attraverso le banche. Infatti, prosegue il Gfsr, gli istituti con un alta percentuale di prestiti «non performing» tendono a concedere meno credito anche rispetto alla media dei prestiti erogati dalle banche appartenenti stesso sistema economico, che si trovano a operare con condizioni simili della domanda.
Alla luce di queste considerazioni, il Fondo esorta le imprese a «diversificare le fonti di finanziamento» spostandosi dalle banche al mercato dei capitali. Anche perché, ed è un altro dei rilievi del rapporto, l’Italia, insieme alla Francia ,al Portogallo e alla Spagna, è uno dei paesi dove l’indebitamento complessivo lordo delle imprese (in prevalenza bancario) tende a rimanere elevato e ad essere superiore al 70 per cento. «Nonostante il balzo dell’accesso al mercato dei capitali, esso rappresenta ancora solo il 36% circa del sistema», si afferma nel documento. Per incentivare questa diversificazione, il Fondo dice che nell’area euro è necessaria l’armonizzazione delle leggi aziendali, quella della corporate governance, dei regimi di insolvenza e della tassazione affinché siano in linea con l’ultima proposta della Commissione europea sull’Unione dei mercati dei capitali.

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