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«Ridurre i gap di competitività»

di Marco Moussanet

La situazione economica complessiva dell'eurozona è in fase di miglioramento e tutti – Stati e istituzioni finanziarie – devono approfittarne per prendere le decisioni necessarie a sostenere la crescita e la competitività del sistema. È questo il messaggio lanciato ieri a Parigi dal presidente della Bce Mario Draghi, con l'inchiostro dell'accordo sulla Grecia ancora fresco, davanti a una platea di imprenditori riuniti al Carrousel du Louvre per un incontro sulla competitività organizzato dal quotidiano Le Monde e dall'Associazione francese delle grandi aziende private.
«Globalmente – ha detto Draghi – constatiamo numerosi segnali di stabilizzazione dell'economia della zona euro, sia pure a livelli ancora deboli. Spetta ai Paesi utilizzare questa fase di stabilizzazione per fare passi avanti sulla strada delle riforme economiche, in modo da rafforzare la crescita potenziale, favorire l'occupazione e migliorare la competitività. Allo stesso modo, le banche dovrebbero approfittare di un contesto più favorevole per accrescere ulteriormente le loro capacità di resistenza, grazie agli utili non distribuiti e diminuendo dividendi e bonus. La solidità dei loro bilanci costituirà un fattore essenziale per facilitare un adeguato contributo al finanziamento dell'economia. Che è la loro principale missione».
E qui Draghi si è concesso una stilettata: «È il sistema finanziario che deve sostenere l'economia reale, non il contrario». Tanto più nell'eurozona, dove «le banche assicurano oltre due terzi dei finanziamenti esterni delle imprese». Draghi ha inoltre escluso l'esistenza di pericoli d'inflazione: «Siamo in stato d'allerta continuo, ma questo rischio non si sta concretizzando. E comunque tutti gli strumenti finalizzati ad affrontare rischi potenziali al rialzo per la stabilità dei prezzi a medio termine sono pienamente disponibili». Al riguardo, Draghi ha ricordato che «negli scorsi tredici anni la Bce ha ottenuto uno dei migliori risultati della storia europea».
Quanto al tema della competitività, Draghi ha insistito in particolare su due considerazioni: che la competitività delle imprese dipende in larga parte dall'efficacia del sistema Paese e che l'apertura dei mercati è un fattore decisamente positivo. Quasi una risposta indiretta al presidente-candidato Nicolas Sarkozy, il cui discorso negli ultimi giorni ha assunto toni quasi protezionistici.
«I prezzi, i costi e i salari sono fattori importanti», ha detto Draghi. Ma altri lo sono sempre di più, «dal livello di gamma alla qualità del prodotto». «I Paesi le cui imprese riescono meglio sui mercati internazionali – ha spiegato – sono quelli più aperti e dove la concorrenza interna è più forte. Gli studi comparativi confermano che le politiche di rafforzamento della concorrenza sui mercati europei dei beni e dei servizi favoriscono un sensibile aumento del potenziale di crescita».
«Quella della zona euro è un'economia aperta, del 10% più aperta di quella americana – ha aggiunto il presidente della Bce – ed è anche per questa ragione che il suo livello di competitività all'esterno è buono. A metà degli anni 90 l'export dell'area era pari al 15% del Pil, ora è al 23 per cento». Ma «servono aggiustamenti continui» per tenere il passo. E bisogna cercare di risolvere gli squilibri interni alla zona euro, dove la situazione dei diversi Paesi è molto diversa.
Ovviamente Draghi non ha fatto nomi, ma ha sottolineato che «dall'introduzione dell'euro i costi unitari della manodopera sono aumentati del 28% nei Paesi in deficit, due volte e mezzo in più di quanto non sono saliti nelle Nazioni in surplus». Un divario che si è registrato anche sul fronte della stabilità dei prezzi.
Più chiaro di così non potrebbe essere l'invito ai Paesi in forte deficit ad adottare le riforme strutturali, a rendere più flessibili i mercati dei prodotti e del lavoro, ad avere una politica salariale più reattiva, a rafforzare i livelli di produttività. E quindi a ritrovare la strada della competitività (in parte) perduta.

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