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Ricorsi, strettoia in Cassazione

In Cassazione civile un ricorso su tre riguarda la materia tributaria. E i giudici, pur producendo una quantità di sentenze da veri e propri stacanovisti del diritto rispetto alle altre corti supreme del mondo, non riescono a fronteggiare i carichi di lavoro che si presentano ogni anno. Nel solo 2014 il deficit tra ricorsi entrati e cause definite in campo fiscale si è attestato a 3.500 fascicoli. Al punto che la pendenza delle liti tributarie ha superato quota 30 mila, con un aumento di quasi il 30% negli ultimi due anni (a inizio 2013 erano 24 mila).

La conseguenza più immediata che deriva da tale ingolfamento riguarda naturalmente la durata dei processi.

In campo civile, il periodo di tempo che trascorre mediamente tra l’iscrizione del ricorso presso la cancelleria della Suprema corte e il deposito della sentenza è di circa 44 mesi (contro gli 11 mesi del penale), cioè tre anni e otto mesi.

Se si guarda solo alla sezione tributaria, però, già nel 2013 tale valore ha raggiunto i 55 mesi, vale a dire quattro anni e mezzo. Considerati i tempi medi per l’espletazione dei due giudizi di merito presso Ctp e Ctr, quindi, per arrivare alla sentenza definitiva possono servire nove anni, ulteriormente aumentabili in caso di Cassazione con rinvio alla Ctr.

Insomma, una situazione piuttosto difficile che gli sforzi organizzativi interni operati dalla Corte non riescono a risolvere pienamente. Senza tenere conto del fatto che la situazione potrebbe ulteriormente peggiorare con le uscite per raggiunto limite di età di molti magistrati, tra i quali 12 presidenti di sezione e 5 consiglieri che raggiungeranno il 75esimo anno di età prima della fine di quest’anno. Mentre un’altra trentina di presidenti di sezione, oltre al primo presidente e al presidente aggiunto, e una ventina di consiglieri, avendo già compiuto i 70 anni si apprestano a far salire ulteriormente in tempi brevi il tasso di scopertura degli organici.

Tutte problematiche che non vengono interessate dal dlgs n. 156/2015 sul contenzioso tributario.

La riforma introduce senz’altro alcuni istituti che potrebbero incidere positivamente anche sui carichi della Cassazione: il potenziamento della mediazione per le mini-liti, l’estensione della conciliazione in secondo grado e i nuovi strumenti di dialogo preventivo tra contribuente e l’amministrazione (interpelli, ruling) potrebbero ridurre la mole dei ricorsi.

Ma le criticità di fondo restano. Al punto che nell’ultima assemblea generale della Corte il primo presidente, Giorgio Santacroce, ha ribadito che «il numero ingestibile dei ricorsi pendenti e i tempi lunghi della loro trattazione rendono impossibile il corretto funzionamento della Corte e producono a cascata effetti negativi sull’intero sistema giudiziario». Anche perché la necessità di dover inseguire la quantità rischia di far venir meno la qualità interpretativa propria della Suprema corte.

I casi non infrequenti di sentenze discordanti su questioni tributarie più o meno identiche lo dimostrano. «Il recupero delle finalità istituzionali della Corte di cassazione investe il modo di intendere la nomofilachia», ha aggiunto Santacroce, «che può essere esercitata adeguatamente e con effettività solo su un numero limitato di ricorsi, liberando l’organo di legittimità dalla sindrome di assedio che lo mortifica».

Da qui la decisione dell’assemblea generale di sottoporre all’attenzione di governo e parlamento l’opportunità di modificare l’articolo 111 della Costituzione. Fermo restando il ricorso per cassazione per violazione di legge contro i provvedimenti sulla libertà personale, la richiesta dei magistrati è quella di rivedere la proponibilità del ricorso contro le sentenze, «circoscrivendola ai casi nei quali è ravvisabile la necessità di formulare principi giuridici di valenza generale o di garantire comunque un vaglio della Suprema corte e introducendo nel contempo la garanzia costituzionale del doppio grado di merito».

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