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Riciclaggio globale, indagini senza frontiere

«Non siamo più il Paese che presta solo assistenza giudiziaria all’estero. Adesso chiediamo anche noi assistenza agli altri Paesi per combattere al nostro interno il riciclaggio». Di questo cambio di paradigma nel contrasto contro il crimine organizzato transnazionale parla in esclusiva per Il Sole 24 Ore Michael Lauber, procuratore generale del ministero pubblico della Confederazione elvetica, la struttura che ha il quartier generale a Berna e sedi a Losanna, Zurigo e Lugano, in cui sono state centralizzate per volontà dell’Assemblea federale le competenze per la lotta al riciclaggio internazionale di denaro, alla criminalità organizzata, alla criminalità economica e al terrorismo internazionale. All’intervista partecipa anche Pierluigi Pasi, procuratore federale per la Svizzera italiana ed il Canton Ticino nonché coordinatore dell’attività investigativa sul crimine organizzato.
In carica dall’inizio del 2012, Lauber è stato a capo della commissione antiriciclaggio del Liechtenstein ed è approdato al vertice della superprocura federale mentre il lungo iter di riforma del codice di procedura penale compiva gli ultimi passi.
Oggi il codice penale svizzero poggia su tre pilastri normativi: il diritto dell’intermediario finanziario di comunicare all’autorità giudiziaria il sospetto di lavaggio di denaro sporco (che si aggiunge in parte al dovere di segnalare le operazioni sospette); il reato di riciclaggio di valori patrimoniali, in cui è previsto un aggravio di pena quando a commettere il crimine è l’esponente di un clan; e il reato di organizzazione criminale.
Dice Lauber: «Oggi lo Stato ha nel ministero pubblico della Confederazione un’interfaccia unica, un’unica autorità penale per reprimere queste grandi forme di criminalità». Un cambiamento che ha coinvolto magistratura giudicante, tribunali, polizia. Negli anni di Mani pulite, mentre la magistratura italiana indagava sui proventi della corruzione occultati nelle banche svizzere, il ministero di Berna si limitava alla mera collaborazione giudiziaria; non disponeva ancora di propri strumenti di indagine.
Ora le sue competenze e i suoi risultati investigativi sono apprezzati a livello internazionale. Aggiunge Lauber: «Disponiamo di istituti giuridici ancora giovani come l’articolo 72, che ci permette di confiscare autonomamente i valori patrimoniali delle organizzazioni criminali con meccanismi di presunzione del reato considerati all’avanguardia».
Nel discorso s’inserisce Pasi, che ha collaborato con l’autorità italiana ai casi giudiziari più delicati degli ultimi anni, da Enipower a Enel Power, da Parmalat a Finmeccanica: «Con questo sistema abbiamo confiscato un paio d’anni fa i resti di un conto che era stato già svuotato e che era nella titolarità di due prestanomi del boss Bernardo Provenzano. Di recente abbiamo emesso altre sentenze di confisca di questo tipo ed altre ancora sono in corso.
Abbiamo chiesto e ottenuto la condanna per autoriciclaggio, reato non riconosciuto nel vostro Paese, di persone corrotte o corruttrici in Italia. E ricorriamo all’informazione spontanea prevista da alcune convenzioni internazionali e dall’ultima convenzione europea sul riciclaggio, che permette a uno Stato di informare un altro Stato allorché vi siano indizi che sul territorio di questo secondo Stato siano avvenute attività di riciclaggio».
Le indagini avanzano su vari fronti, spiega Lauber: «Per esempio, stiamo investigando per riciclaggio su politically exposed persons (ossia su personalità politiche, ndr) dell’Asia centrale, in Uzbekistan e Kazakhstan. E indagini sono in corso, nell’ambito della primavera araba, su persone residenti in Egitto, Libia e Tunisia. Oltre un miliardo di franchi depositati in banche svizzere è sotto sequestro su mandato del ministero pubblico».
Su un altro fronte procede l’inchiesta contro Hervé Falciani, l’ex ingegnere informatico della Hsbc di Ginevra fuggito all’estero con l’archivio digitale della banca. Dopo il rifiuto della Spagna di concederne l’estradizione, Falciani potrebbe ora essere processato in contumacia per spionaggio economico e violazione del segreto bancario. Continua Lauber: «Egli si pone come un eroe, ma il suo scopo è prettamente economico. La tendenza a vendere dati sottratti illecitamente alle banche è in aumento in Europa, perché ci sono governi pronti ad acquistarli per colpire l’evasione nel nome del risanamento dei bilanci pubblici».
Determinante per il successo di tutte queste indagini è la collaborazione con i Paesi in cui è stato commesso il “reato preliminare”. La vera complicazione nella lotta al riciclaggio sta nella capacità di coordinamento tra autorità giudiziarie che esprimono culture giuridiche spesso molti distanti tra loro. Ciò vale soprattutto per la lotta alla mafia. La criminalità organizzata si insedia nei Cantoni della Confederazione per lavare i capitali di origine illecita. La Svizzera non è un Paese di mafia, risente del fenomeno mafioso per la sua vicinanza all’Italia.
Le mafie qui non fanno stragi, non chiedono il pizzo, varcano la frontiera camuffate da società ombra, con la copertura di fiduciari, teste di legno e studi legali internazionali, per sfruttare l’infrastruttura della piazza finanziaria elvetica.
Dice ancora Lauber: «Il segreto per aggredire frontalmente i patrimoni mafiosi sta nel sapersi coordinare, e da questo punto di vista conta molto per noi la collaborazione con la Direzione nazionale antimafia italiana. I clan agiscono attraverso reti di persone variamente specializzate, quindi è necessario che anche al nostro interno ci si organizzi in rete, si stabiliscano forme di coordinamento. Oggi le strutture mafiose sono mescolate l’una con l’altra, quindi debbono esserlo anche le strutture di contrasto. Occorrono task force dove ogni Stato faccia la propria parte: noi con le competenze investigative sui patrimoni, gli altri con le informazioni necessarie per sviluppare le indagini. L’ex capo della superprocura italiana, Piero Grasso, ha molto apprezzato questo nostro modo di lavorare». Come dire? Se la mafia si globalizza, globalizziamo anche le inchieste.
Interviene di nuovo Pasi: «Le indagini non si fanno più a colpi di rogatorie, ma con gruppi comuni tra poliziotti di differente nazionalità. Con questo nuovo metodo di lavoro abbiamo già concluso una decina di inchieste. Una è terminata di recente con la richiesta di rinvio a giudizio di una dozzina di persone per appartenenza alla ‘ndrangheta in Svizzera.
Avremmo voluto ricorre a questo tipo di contratto anche per il crack Parmalat, ma nel 2004-2005 la Procura di Parma ritenne che non vi fosse la possibilità giuridica di farlo. Cionondimeno le indagini sono andate bene. Anche se in Italia i gruppi comuni non sono stati ancora ratificati, il problema risulta in parte superato perché la lacuna è stata interpretata come non ostativa da alcuni vostri magistrati».
Chiediamo in conclusione a Lauber se il Paese che “lava più bianco” descritto oltre due decenni fa dal sociologo Jean Ziegler in un saggio di denuncia contro la spregiudicatezza ed il cinismo del sistema bancario svizzero sia oggi davvero cosi profondamente cambiato. La risposta è secca: «È un’immagine che appartiene al passato, prima che avvenisse il cambio di legislazione e il rafforzamento del ministero pubblico della Confederazione. Un’affermazione del genere oggi è completamente falsa».

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