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Riciclaggio con conti della stessa banca

La Cassazione interviene ancora una volta sulle condizioni per cui si può contestare il reato di riciclaggio (articolo 648-bis del Codice penale) commesso attraverso banche o istituti finanziari esteri. Secondo la sentenza n. 11836 depositata ieri, il riciclaggio può essere contestato anche con il trasferimento di fondi tra conti accesi nello stesso istituto.
Nel mirino dei giudici sono finiti i conti Ior nella disponibilità di un prelato, in cui venivano riciclati alcuni proventi di evasione fiscale e utilizzando anche società off-shore e ghost. La sentenza evidenzia che i criteri generali per contestare il reato di riciclaggio sono appunto la «sostituzione» del denaro che consiste nell’effettuazione di una serie di operazioni bancarie, finanziarie e commerciali il cui solo fine era la separazione del frutto del delitto di evasione fiscale in modo da impedire ogni eventuale collegamento al reato ed ai suoi autori.
Nelle condotte tipizzate dal Codice penale infatti si evidenzia la nozione di «trasferimento» di denaro o comunque di beni di illecita provenienza a cui vengono subito affiancate le ulteriori nozioni di «qualsiasi operazione» e la finalità specifica di «ostacolare l’identificazione» per arrivare quindi alla dissimulazione dell’origine del denaro, dei beni e delle altre utilità provenienti da reato. In questo senso la Cassazione penale ritiene che però non occorra necessariamente un ostacolo effettivo alle operazioni investigative o inquirenti della magistratura, ma può essere sufficiente anche una mera condotta di “ripulitura” che in astratto può comportare una significativa insidiosità nel verificare la vera origine dei fondi.
I giudici di ultima istanza hanno ritenuto che si è infatti in presenza di un reato di riciclaggio ogni qual volta che anche un singolo soggetto che abbia ricevuto una somma di denaro di provenienza illecita la abbia successivamente reimpiegata attraverso il versamento su alcuni conti correnti di istituti bancari intestati a suo nome con l’intenzione di nascondere l’effettiva titolarità e riferibilità di tali somme. Il tutto con la piena consapevolezza che con queste modalità si creava la possibilità di reimmissione nel mercato lecito bancario per fare operazioni finanziarie o immobiliari lecite.
Secondo la Cassazione infatti con queste modalità il denaro proveniente in questo caso da reati tributari avrebbe perso la propria individualità per poi andarsi a confondere con altre somme di provenienza lecita che erano depositate presso lo stesso istituto. Con questa interpretazione si conferma ormai un rigoroso orientamento che il riciclaggio è un delitto la cui condotta è a forma libera che può quindi essere attuata anche con modalità successive frammentarie e progressive di per sé lecite, ma che possono poi “schermare” anche solo potenzialmente l’operazione.

Valerio Vallefuoco

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