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Richiesta dei danni ai condannati per mafia

di Giovanni Negri

E adesso si può aprire la partita del risarcimento del danno. Perché se l'impresa collusa con la mafia compromette il funzionamento del mercato e i clan sono responsabili del reato di concorrenza illecita con violenze e minacce, anche se non attuate, la possibilità di ottenere un indennizzo diventa concretamente percorribile. Il parere di magistrati e avvocati sul punto è concorde. Per Alberto Cisterna, infatti, procuratore aggiunto alla Direzione nazionale antimafia, «le imprese che operavano legalmente nel settore messo sotto osservazione dal procedimento penale potranno sicuramente agire in giudizio instaurando un giudizio civile per vedersi riconosciuto sul piano economico quanto sancito su quello penale. E questo anche se non si erano costituite, a quanto pare, parti civili nel corso del processo penale».

Del resto, la sentenza della Cassazione, intervenuta a sanzionare un accordo tra casalesi e Cosa nostra, allarga la portata della norma del Codice penale (articolo 513 bis), introdotto nel 1982 dalla legge Rognoni-La Torre, ritenendo assolutamente certo che la concorrenza sleale punita si realizza non solo quando la violenza o minaccia è esercitata in maniera diretta, ma anche quando l'obiettivo è ottenuto agendo nei confronti di terzi. Basta, cioè, che ci sia anche solo il profilarsi di un metodo mafioso.

E Carlo Enrico Paliero, avvocato milanese in processi come quello per la scalata ad Antonveneta e docente di diritto penale alla Statale, aggiunge che «l'azione per il risarcimento dei danni provocati dalla accertata lesione del principio di libera concorrenza potrà essere, a prima vista, presentata sia nei confronti dei rappresentanti delle associazioni criminali imputati nel processo sia nei confronti dell'impresa che si è prestata a diventare strumento dell'attività criminale. Anche se, naturalmente, per quest'ultima andranno poi verificati i diversi livelli di coinvolgimento». Paliero fa poi un passo avanti e introduce un confronto con quanto normalmente avviene in materia di corruzione: «Per questo reato è assolutamente normale che l'impresa che si ritiene danneggiata si costituisca parte civile oppure, successivamente al processo penale, avvii un'azione civile contro il pubblico ufficiale e la ditta favorita».

Sull'importanza della sentenza concorda anche Anna Canepa, sostituto procuratore alla Direzione nazionale antimafia: «Credo proprio si tratti di una pronuncia importante. Che penso troverà eco anche nelle realtà imprenditoriali del Nord Italia, quelle che magari si pensa meno toccate da fenomeni di criminalità organizzata, che devono spesso subire pressioni forse meno eclatanti ma non certo meno pericolose. Avere la possibilità di affiancare in maniera decisa e allargata il reato di violazione della libera concorrenza alla "tradizionale" associazione di tipo mafioso offre senz'altro un arsenale più ampio e completo alla magistratura e alle imprese oneste». E quanto a queste ultime, anche Canepa osserva che la possibilità di ottenere un risarcimento è nell'ordine delle cose dopo una pronuncia che con i crismi della Cassazione si appresta adesso a diventare definitiva e ad aprire nuovi scenari.

 

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