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Il richiamo inviato all’Italia: sofferenze, giustizia troppo lenta

Di rado Mario Draghi si lascia sfuggire in pubblico suggerimenti a un governo ben preciso dell’area euro. Ancora di meno lo fa se è il governo del suo Paese, o nelle conferenze stampa ufficiali del consiglio direttivo. Che sia successo ieri riguardo alle banche italiane segna una sottile trasformazione nel presidente della Banca centrale europea: non si tiene più in disparte su questa questione, vuole rimuovere l’ultimo grande macigno del sistema finanziario della zona euro lungo la strada della ripresa.

Ieri Draghi ha detto chiaramente che a suo parere il governo italiano dovrebbe fare di più, se vuole che le banche si liberino dei loro crediti in default. Ma il banchiere centrale ha un messaggio anche per la struttura autonoma e separata della Bce che, sotto la guida della francese Danièle Nouy, vigila direttamente sui grandi istituti. A lei Draghi fa capire che rischia di rivelarsi illusoria l’idea di imporre una soluzione a tappe forzate ai problemi bancari dell’Italia. «I crediti inesigibili nel Paese sono un grande problema, servirà tempo – ha osservato ieri il presidente della Bce, pesando deliberatamente le parole -. Affrontare questi fenomeni ha sempre richiesto tempo, ovunque. È una questione che per propria natura è lenta da risolvere».

Non è esattamente lo stesso linguaggio di Danièle Nouy. La presidente del Consiglio unico di vigilanza della Bce di recente ha ispirato una lettera che prescrive al Monte dei Paschi di Siena un’accelerazione difficilissima: smaltire dieci miliardi di crediti inesigibili in metà del tempo che lei stessa aveva concordato.

Niente di tutto questo significa che Draghi si stia schierando contro la vigilanza europea e a favore del governo italiano. Non lo fa, a giudicare da come ieri il presidente della Bce ha indicato con precisione chirurgica il punto sul quale il governo, per ora, non ha fatto il possibile per risolvere i problemi delle banche: la lentezza della giustizia civile in Italia e procedure di pignoramento così lente fa deprimere il valore dei crediti in default nei bilanci delle banche e erodere ogni giorno il loro capitale.

«Per accelerare la soluzione serve un mercato in cui sia facile scambiare e vendere pacchetti di crediti deteriorati», ha detto ieri Draghi, in modo che le banche se ne liberino cedendoli a prezzi non troppo bassi. Le parole seguenti, sono state uno dei richiami più precisi che il presidente della Banca centrale abbia mai riservato a qualunque governo. «Alcuni passi sono già stati compiuti dall’Italia di recente, sicuramente nella direzione giusta», ha concesso. Il suo riferimento è probabilmente al decreto del 29 aprile scorso per accelerare i pignoramenti e le procedure di fallimenti sui debiti accesi da ora in poi: quelli nuovi, non l’enorme accumulo di prestiti inesigibili o in difficoltà degli anni della recessione. Di qui l’invito di Draghi, esplicitamente riferito all’Italia: «Va fatto di più – ha detto -. E va fatto in particolare per affrontare la questione dei crediti problematici ereditati dal passato, il loro stock. In altri termini, i cambiamenti di legge dovrebbero essere tali da affrontare anche i vecchi crediti».

Non è probabile che accada presto. Limitare l’impatto dei pignoramento rapidi ai soli casi futuri per il governo è stata una scelta politica: si privilegiano i debitori esistenti sui loro creditori. Deve aver contato qualcosa il fatto che fra i debitori ci sono molti più elettori che fra i creditori. Di certo il provvedimento del governo ha fallito nel suo obiettivo: non ha alzato di un solo cent il valore di mercato dei pacchetti di crediti in default delle banche, fermi in media a 20 centesimi per ogni euro prestato. Chi compra quelle posizioni dalle banche esige un prezzo basso, perché conosce le difficoltà nell’entrare in possesso del bene in garanzia e il rischio che si svaluti in una ripresa debole. Ma proprio quelle quotazioni da svendita generano perdite nei bilanci bancari.

In questo il prezzo di mercato di un prestito in default è un derivato sulla credibilità di un’economia e del sistema amministrativo di un Paese: minore sono le prospettive, più inefficiente è la giustizia civile, più quel prestito si svaluta e la banca creditrice si dissangua. Che Draghi metta il dito su questa ferita segnala che forse è fra le prime da chiudere, se e quando una stagione di riforme tornerà nel Paese.

Federico Fubini

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