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Ricchezza delle famiglie ferma ai valori del 2007

Se si guarda al portafoglio, il calendario si è fermato al 2007. Da allora, in valori assoluti, la ricchezza finanziaria delle famiglie dell’area euro ha galleggiato tra 17 e 18mila miliardi di euro, cifra che vale il doppio del prodotto interno lordo, senza più crescere. È tanto? È poco? L’aggregato è certo imponente, ma ha perso la verve degli anni pre-crisi, quando lievitava ogni anno a ritmi anche del 7 per cento. Unico aspetto positivo dell’attuale condizione di impasse è il fatto che riguarda anche il livello di indebitamento delle famiglie, stabile intorno a 6mila miliardi di euro (tutti i valori sono aggiornati alla fine dell’anno scorso).
Concentrando l’attenzione sul 2011, il rallentamento nella crescita della ricchezza risulta con evidenza: sulla distanza dei 12 mesi il valore è salito appena dell’1,5%, risultato che deriva da un segno positivo nei primi due trimestri e da una flessione nei due quarter successivi. Il periodo 2008-2011 conferma il trend, con una modesta crescita media annua dello 0,8 per cento.
Un approfondito esame della “ricchezza in tempo di crisi” è stato realizzato dal Servizio studi Bnl, Gruppo Paribas, che ha fotografato il processo di impoverimento in corso su scala mondiale. «In alcuni Paesi – spiega l’analista Carla Russo – le perdite risultano particolarmente ingenti. È il caso degli Stati Uniti, dove la ricchezza netta è scesa a 3 volte il reddito disponibile, dalle 3,5 volte di quattro anni fa. Nell’area euro il calo è stato meno rilevante, da 2,08 a 1,92». La crisi morde e i segni si fanno sempre più evidenti, ma – ancora una volta – con differenze notevoli a livello territoriale. Sempre considerando il rapporto tra ricchezza netta e reddito disponibile, la diminuzione più rilevante riguarda purtroppo l’Italia (da 2,76 a 2,38) e la Spagna (da 1,44 a 1,11). «Nonostante questo – commenta il Focus di Bnl, Gruppo Paribas – il nostro Paese continua ad avere, nell’ambito Uem, la maggiore ricchezza finanziaria rispetto al reddito disponibile».
Spostandosi sul versante opposto del bilancio familiare, quello delle passività, si trova – e verrebbe da dire, per fortuna – una condizione analoga. Dopo la stagione di rapida crescita tra il 2004 e il 2007 (con tassi medi dell’8,5%), la crisi ha portato un brusco rallentamento: nel 2011 l’incremento si è consuntivato nel 2,1 per cento. In valore assoluto, negli ultimi quattro anni considerati (2007-2011) lo stock di indebitamento delle famiglie ha mantenuto un valore vicino ai 6mila miliardi di euro (valore pari al 65,9% del Pil).
Il 2012 sta confermando questa situazione: «In base ai dati disponibili per i primi quattro mesi – precisa infatti Carla Russo – si evidenzia come la crescita annuale dei prestiti bancari alle famiglie si sia ulteriormente indebolita, posizionandosi allo 0,5% in aprile con significative differenze a livello nazionale. L’attenuazione dell’andamento di tutte le forme tecniche ha contribuito al risultato finale: -2,4% il credito al consumo, +1% i prestiti per l’acquisto di abitazioni, +0,5% la dinamica degli altri finanziamenti. Le indicazioni per il secondo trimestre suggeriscono ancora un’attenuazione della domanda da parte delle famiglie».
Approfondendo il caso-Italia i segnali di allarme si moltiplicano, ma giudizi e valutazioni non sono univoche. L’ultimo esempio in questo senso è rappresentato dall’allarme lanciato nelle scorse settimane dalla Commissione europea, secondo cui il 25% delle famiglie italiane che hanno acceso un mutuo immobiliare sarebbe in difficoltà o in ritardo con il pagamento delle rate. Una stima che, a poche ore di distanza, è stata smentita con decisione dall’Abi: «Le famiglie italiane sono finanziariamente solide – ha ribattuto l’Associazione bancaria – e sostengono il peso dei mutui senza particolari problemi. Le famiglie che hanno chiesto di sospendere il pagamento del mutuo con la moratoria a marzo 2012 sono circa 65mila, a fronte di 3,5 milioni di mutui».
Ma se sul livello di difficoltà e sofferenza sociale ci sono margini di discussione, sulle attività finanziarie delle famiglie italiane esistono invece dati certi. A fine 2011 il loro valore ammontava a 3.549 miliardi di euro: «In calo di 298 miliardi rispetto al picco massimo del primo trimestre 2007 (-7,8%) – commenta il Focus Bnl – e all’incirca pari ai valori di metà 2005 (3.527 miliardi di euro)».
Oltre che sulle consistenze, la crisi ha lasciato segni profondi sui comportamenti degli investitori privati. Il profilo di rischio, già tradizionalmente improntato alla prudenza, ne risulta ulteriormente connotato in senso conservativo. Nella composizione dei portafogli a fine 2011 spiccano quindi i depositi (31,5%), le obbligazioni (20,4%) e le polizze previdenziali e assicurative (19,1%).
E l’equity? Vade retro: «I nuovi acquisti di titoli azionari – conclude Carla Russo – si sono ridotti da 53 a 11 miliardi di euro».

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