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Ricavi in «nero», la prova al fisco

di Laura Ambrosi

Spetta al fisco provare che i dati extracontabili rinvenuti in una pen-drive siano relativi a ricavi omessi. È necessario, infatti, dimostrare di aver proceduto a un riscontro tra la contabilità ufficiale e quella "parallela". A precisarlo è la Cassazione con l'ordinanza n. 3170/2012.
La vicenda trae origine da un avviso di accertamento emesso nei confronti di una società in seguito a una verifica della Guardia di Finanza. In occasione dell'accesso presso la sede aziendale, era stata trovata una pen-drive contenente dei dati ritenuti – da subito – extracontabili. Tutti i ricavi contenuti hanno, quindi, fondato la pretesa dell'avviso di accertamento, in quanto considerati elementi non contabilizzati e non dichiarati. La Commissione tributaria provinciale ha rigettato il ricorso della contribuente e, in seguito, la sentenza è stata confermata anche dai giudici d'appello.
Così la società ha impugnato la decisione di secondo grado in Cassazione con sei motivi di ricorso. Solo uno di questi è stato ritenuto meritevole di accoglimento, laddove la motivazione espressa era insufficiente e inadeguata.
In particolare, ad avviso della ricorrente, la Commissione regionale aveva confermato senza ragione che il contenuto della pen-drive fosse interamente imputabile a ricavi non contabilizzati e non ai ricavi complessivamente prodotti dalla società per gli anni oggetto di accertamento. La società ha sottolineato, infatti, come vi fosse una sostanziale coincidenza tra il totale degli elementi attivi salvati nel dispositivo (pen-drive) e quelli risultanti dalla contabilità ufficiale. Questo portava alla conclusione che i dati extracontabili rinvenuti fossero complessivi e non solo riferibili a ricavi non dichiarati.
A parere della Suprema corte, il mancato accoglimento di una circostanza così verosimile doveva adeguatamente essere motivato, tanto più che l'onere probatorio era a carico dell'amministrazione in quanto si trattava di ricavi omessi.
I giudici di legittimità hanno rilevato che il collegio di merito avrebbe dovuto riscontrare se l'ufficio aveva sufficientemente provato il distinguo delle due contabilità o se i ricavi considerati omessi fossero stati realmente tali.
La Cassazione, quindi, ha riformato la sentenza rimettendola al vaglio della Commissione regionale affinché decidesse alla luce degli elementi in precedenza trascurati.
La pronuncia assume particolare rilevanza in relazione ai casi in cui i verificatori trovano elementi extracontabili (documenti cartacei, fogli di calcolo, appunti a mano) e implicitamente presumono che si tratti di una contabilità parallela riconducibile a elementi in nero.
Tuttavia, l'amministrazione è tenuta a provare che si tratti effettivamente di ricavi omessi, diventando pertanto doveroso un attento riscontro di quanto rinvenuto e quanto dichiarato dal contribuente per l'anno oggetto di accertamento.
La precisazione della Suprema corte delinea compiutamente l'attività dell'amministrazione in presenza di contabilità non ufficiale sia su supporti informatici, come nel caso della sentenza, sia cartacei. Non si può sostanzialmente contestare tutto ciò che emerge da tali documenti ma bisogna operare un distinguo rispetto a quanto già probabilmente è stato dichiarato. Ciò perché l'impresa spesso non riporta nella contabilità non ufficiale solo le operazioni poste in essere in evasione di imposta ma tutte le attività svolte.

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