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Ricapitalizzazioni, ma col cappio

di Michele Arnese 

Bankitalia e Abi lavorano sotto traccia per tentare di modificare le regole Eba (European banking authority) che favoriscono le banche francesi e tedesche e penalizzano gli istituti italiani, spagnoli e portoghesi. Alti funzionari dell'Istituto centrale governato da Ignazio Visco e dell'associazione bancaria italiana presieduta da Giuseppe Mussari, al momento in maniera separata, si stanno occupando della questione.

I tecnici dell'Abi stanno limando una proposta che sottoporranno presto a istituzioni nazionali ed europee. L'effetto della proposta in fieri sarebbe il dimezzamento delle ricapitalizzazioni richieste agli istituti italiani.

Facciamo un passo indietro. La decisione dell'Eba (l'Authority europea sulle banche) che ha imposto ai principali gruppi bancari italiani ricapitalizzazioni per circa 15 miliardi di euro entro giugno 2012 anche per coprire le minusvalenze sui titoli di Stato Ue, per effetto dell'applicazione del criterio contabile al valore di mercato, è stata una scelta irragionevole e discriminatoria (secondo i banchieri italiani e gli analisti anche di Mediobanca e di Goldman Sachs, per esempio) che finge di ignorare che grandi banche inglesi, francesi, tedesche hanno in portafoglio titoli tossici illiquidi di valore «dubbio», a seconda degli istituti, tra il 20% circa (come ad esempio Ing e Royal Bank of Scotland) ed oltre il 95% (come ad esempio la Deutsche Bank) del corrispettivo patrimonio netto.

In tal modo le perdite di valore «potenziali» sui titoli sovrani richiedono coperture patrimoniali aggiuntive, al contempo i titoli tossici illiquidi, ovvero obbligazioni private contabilizzate come «level 3» (prive di prezzo reale), no.

«La scelta di ricapitalizzare le banche soffre di un vizio logico», ha detto l'economista Giovanni Ferri, direttore del dipartimento di economia alla facoltà di economia dell'università di Bari e membro del banking stakeholder group dell'Eba. «Se il rischio di default che si riverbera sulle banche proviene dal proprio debito sovrano, non sembra esserci via d'uscita. Infatti, anche se le banche del Paese che va in default non detenessero titoli pubblici del proprio Paese, la via del dissesto si aprirebbe per esse perché il default del debito sovrano inevitabilmente causerebbe fallimenti diffusi nell'economia nazionale e, di conseguenza, un mare di sofferenze per le banche stesse. Quindi, se si sta parlando del rischio di default del proprio debito sovrano, la scelta di ricapitalizzare non pare risolvere il problema».

L'unica possibilità in cui la ricapitalizzazione non è illogica, secondo Ferri, «riguarda il caso nel quale si stia parlando del default non del proprio debito sovrano, ma di altri debiti sovrani. Perciò, ha senso per le banche non greche ricapitalizzarsi contro il default greco, cosa che non sembra invece logica per le banche greche. Mutatis mutandis, lo stesso vale per le banche italiane».

Sulla base di questo assunto, ribattezzato in ambienti bancari «ricapitalizzazione asimmetrica», i tecnici dell'Abi hanno effettuato alcune simulazioni ora al vaglio anche dei vertici di Palazzo Koch. In altri termini i banchieri italiani suggeriranno all'Eba diretta da Andrea Enria che gli istituti svalutino solo i titoli del debito pubblico degli altri paesi e non quelli del paese di appartenza. Con questo approccio, secondo le simulazioni interne dei tecnici dell'Abi, le banche italiane avranno bisogno della metà delle ricapitalizzazioni considerate necessarie (14,7 miliardi). Impatto positivo anche per gli istituti spagnoli e portoghesi che così avrebbero bisogno di circa il 40 per cento in meno rispetto agli aumenti consigliati dall'Eba.

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