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Ribassi al rallentatore dalle tasse un freno al calo della benzina

Siamo alle solite. Il petrolio salta come un grillo, ultimamente verso il basso. Ma i costi della benzina sono molto più stabili – e alti – rispetto ai decrementi della materia prima: nell’ultimo anno, si parla di un meno 47,5% per il Brent a fine luglio, che depurato dagli effetti dell’euro debole significa un calo del 38,4%. Nello stesso periodo in Italia il prezzo alla pompa è sceso di un mero 10,5%. Colpa di tasse e accise, oltre che della scarsa voglia dei petrolieri di ritoccare i listini, tanto che la benzina italiana – salita ieri a 1,626 euro (+0,4 centesimi) al litro, risulta la più cara d’Europa dopo quella dei Paesi bassi.
Il controesodo estivo è finito, e la stabilità (chiamiamola così) dei prezzi di verde e diesel è costata, nel solo fine settimana, 75 milioni. Tutti soldi in più allo Stato – che tra Iva e accise si prende circa il 60% – e ai petrolieri. Il Codacons, che ha stabilito la cifra sulla base di un mancato risparmio «di circa 5 euro per un pieno di carburante, causata dall’insufficiente riduzione dei prezzi alla pompa», ha chiesto l’intervento della Guardia di Finanza per «evitare l’ennesimo “scippo” ai consumatori e sanzionare qualsiasi speculazione». Ma difficilmente la Gdf interverrà: perchè l’erario per ogni litro di benzina incassa 1,012 euro tra Iva e accise, e non sembra avere molta intenzione di rinunciare a questo zoccolo duro fiscale, un margine incomprimibile che attutisce i benefici dei ribassi petroliferi e anche gli effetti del cambio euro-dollaro (questi però sono negativi, perchè il calo dell’euro danneggia chi importa idrocarburi e chi li usa in Europa). Anche a prezzi costanti, però – ossia convertendo in euro il prezzo del Brent che viaggia poco sotto i 50 dollari a barile – il percorso dei grafici appare troppo divergente.
Il sindacato Faib Confesercenti, prendendo a riferimento i prezzi e le quotazioni dei carburanti da giugno ad agosto, ha sti- lato una conclusione paradossale: anche se i paesi produttori di greggio dovessero regalare la materia prima ai petrolieri che la vendono agli italiani, un litro di verde finirebbe per costare, «a costi di produzione/lavoro costanti e senza ulteriori aggravi 1,2 euro, e 1,05 euro uno di gasolio». Tanto servirebbe per coprire i costi di raffinazione, stoccaggio, distribuzione primaria e secondaria, oltre alle già dette accise e l’Iva.
Le associazioni di consumatori, per conto dei milioni di consumatori di benzina e gasolio, battono sul tasto da un quindicennio. Ma il governo pare poco propenso a ritoccare il meccanismo delle accise, pur nella consapevolezza che si tratta di un anacronismo nato nel 1935 per finanziare spese straordinarie – la guerra in Abissinia, in quel primo pericoloso precedente – e mai più rientrato, anzi moltiplicato per finire assorbito nei prezzi al consumo. Anzi: l’Unione petrolifera, nel rimpallo delle responsabilità al governo, ha avvertito che per effetto delle “clausole di salvaguardia” potrebbero prodursi ulteriori scatti fiscali sui carburanti: da qui al 2021 ne sono in programma per 3 miliardi, circa 12-14 cent al litro. Nei giorni scorsi il sottosegretario all’Economia, Paola De Micheli, ha assicurato che il governo «non prevede interventi sulle accise»; ma ovviamente dipenderà dalla tenuta dei conti pubblici, più che dalle promesse. Il viatico non è rassicurante: negli ultimi sei anni il carico fiscale sui carburanti è aumentato del 33%.
Il fatto che il petrolio sia ai minimi da sei anni (allora però la benzina costava molto meno: 1,3 euro) darebbe il destro per riformare il bizantino sistema italiano. I consumatori di Unc hanno proposto un sistema mobile, che a parità di gettito alzi o riduca le aliquote in base ai prezzi del greggio. De Micheli ha detto giorni fa che Palazzo Chigi «ha allo studio, ma in fase embrionale», una misura del genere, per rendere «un po’ più proporzionale» la tassazione.
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