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Ribaltone in Cdp il governo preme dalle Fondazioni ultima resistenza

Il ribaltone in casa Cassa Depositi e Prestiti, avviato dal governo Renzi nei giorni scorsi, non sarà così veloce come si pensava. Qualche ostacolo è stato disseminato sul campo dal vertice che dovrebbe essere sostituito con un anno di anticipo, il presidente Franco Bassanini e l’amministratore delegato Giovanni Gorno Tempini. Il primo ha subordinato le sue dimissioni a una richiesta da parte delle Fondazioni azioniste, a cui per statuto spetta la sua nomina. E da ciò è discesa la riunione dell’Acri di ieri con tanto di comunicato non molto conciliante. Le 64 Fondazioni di origine bancaria, oltre a confermare la loro fiducia a Bassanini, «hanno dato mandato al presidente dell’Acri, Giuseppe Guzzetti, di rappresentarle nei confronti del governo per conoscere con chiarezza e precisione le sue intenzioni riguardo il futuro della Cassa». In pratica, i fondatori vorrebbero sapere se il ribaltone è legato a un cambio di missione della Cdp, che negli ultimi anni della gestione Bassanini- Gorno ha puntato molto sul rilancio dell’economia ma facendo molta attenzione a non trasformarla in uno strumento di salvataggio delle grandi imprese in crisi. «Riteniamo necessario che si valuti opportunamente l’impatto degli eventuali cambiamenti sulla sana e prudente gestione di Cdp, soprattutto in termini di modifica del profilo di rischio che ne potrebbe derivare», scrive l’Acri nel suo comunicato.
Insomma, le Fondazioni sono anche preoccupate di non poter più attingere a un dividendo sicuro e sostanzioso da quel 18,4% posseduto nella Cassa. E a questo punto serve un chiarimento con il governo che dovrà comunque avvenire in tempi brevi. Probabilmente già oggi. Faccia a faccia che servirà anche a mettere sul tavolo altri temi che sono cari ai fondatori, come quello della tassazione degli enti giudicata eccessiva.
Il secondo ostacolo che si è palesato nelle ultime ore riguarda i nomi e la procedura con cui si vorrebbe procedere al ribaltone. Il contratto dell’ad Gorno Tempini prevede un anno di buonuscita a fronte di una risoluzione anticipata del contratto. Inoltre, il suo potenziale sostituto, Fabio Gallia, è stato recentemente raggiunto da un rinvio a giudizio e secondo l’articolo 4d dello statuto della Cdp non può essere nominato. Per insistere su Gallia occorrerebbe cambiare lo statuto ma per farlo occorre una maggioranza dell’85% e dunque il consenso delle Fondazioni che controllano il 18,4%. Lo stesso discorso vale se il ministero dell’Economia volesse cambiare l’articolo 2, cioè quello che prevede che la Cdp non può investire in società che non siano in utile da almeno due anni. Dunque, dal punto di vista giuridico, Guzzetti ha molto dalla sua parte e si può permettere di difendere Bassanini con i denti, mentre la nomina di un nuovo ad è nelle prerogative del Mef. Detto questo sarà oggettivamente difficile vedere le Fondazioni che vanno allo scontro frontale con Renzi, per cui la mediazione è la soluzione più probabile. Restano da capire con precisione le motivazioni che hanno spinto il governo a prendere adesso in mano le redini della Cdp. Alcuni sostengono che un mandato triennale a nuovi vertici assicurerebbe a Renzi le leve della politica industriale fino alle elezioni del 2018. Altri sostengono che il caso Ilva ha fatto emergere alcune tensioni sull’intervento della Cdp che ha richiesto un esercizio di ingegneria finanziaria per aggirare il problema degli aiuti di Stato in sede Ue. Così come ha inciso il mancato accordo tra Cdp e Telecom per sviluppare insieme il Piano banda larga. Tutti dossier che potrebbero essere risolti con un controllo più diretto della Cassa.
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