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«Riassetto Italcementi-Ciment Français Una scelta per continuare a crescere»

Italcementi crescerà ancora? «Noi siamo pronti e reattivi. Dipende dalle opportunità». A quali aree del mondo siete più interessati? «Asia, Africa subsahariana e Medio Oriente». Con Ciments Français è prevista la fusione? «Entro fine mese avremo il 100 per cento delle azioni e, a quel punto, diventa irrilevante». 
Carlo Pesenti, 51 anni, amministratore delegato, stesso nome del nonno, fondatore del gruppo, e figlio di Giampiero, ha chiuso in bellezza l’operazione Çiments Français, avviata nel 1992 rilevando circa un terzo della società francese, molto internazionalizzata e all’epoca terza nella classifica mondiale dei produttori di cemento. Così il gruppo Pesenti ha messo ordine nelle partecipazioni consolidando posizioni di leadership sui mercati esteri che ne fanno una delle poche multinazionali rimaste a controllo italiano, con quasi 19 mila dipendenti e oltre 4,2 miliardi di ricavi. L’offerta pubblica di acquisto si è conclusa giovedì scorso portando a oltre il 97 per cento la partecipazione dei Pesenti nel gruppo francese. In cambio la famiglia ha accettato di scendere sotto la soglia del 50% nella capogruppo Italcementi, a quota 45 %.
Avete infranto un totem familiare, che reggeva da quando il finanziere Michele Sindona aveva tentato la scalata del gruppo guidato da suo nonno. E’ stata una scelta sofferta?
«Ni. La decisione era digerita e assimilata da quando, nel 2009, avevamo avviato la fusione con Çiments Français, saltata per l’opposizione di un gruppo ristretto di soci americani. Ma una scelta del genere non è mai scontata anche se é razionale. Italmobiliare, la capogruppo, ha perso la maggioranza assoluta e ha investito ancora molti soldi. In cambio ci sarà soltanto un titolo quotato invece di tre, molto più liquido e capitalizzato, con un flusso ottimizzato dei dividendi. Insomma, abbiamo dovuto prendere un po’ di Maalox (farmaco contro i bruciori di stomaco, ndr ) ma ne vale la pena».
Come è cominciata l’avventura francese?
«Paribas era venditrice e l’opportunità venne presentata da Vincenzo Maranghi, che guidava Mediobanca. Io avevo solo 29 anni e partecipai al consiglio di amministrazione che la decise, nell’aprile 1992, anche se non ne facevo ancora parte, su richiesta di mio padre. Il rapporto tra Italcementi e Ciments Français era di uno a tre. I francesi cercavano un compratore perché la società era entrata in crisi per i troppi debiti fatti acquistando aziende in tutto il mondo».
Dissero di Italcementi che era diventata l’azionista di riferimento ma non avrebbe toccato palla, come spesso accade a chi acquista aziende francesi. Come siete riusciti ad evitarlo?
«E’ vero, dissero proprio così. E’ andata bene, credo di poter dire, perché siamo bravini, mio padre e i nostri uomini conoscono bene il settore del cemento e, fin dall’inizio, abbiamo fatto estrema attenzione a procedere con rispetto e gradualità. Ricordo che, come prima iniziativa, la gestione venne affidata a un comitato paritetico, sia pure con Giampiero Pesenti come presidente. Ora siamo pronti a crescere ancora».
Nei mesi scorsi è stata approvata la riforma della Confindustria che porta il suo nome. Come è nato il suo coinvolgimento in prima persona?
«Le racconto un retroscena. Tutto è cominciato quando il nuovo presidente, Giorgio Squinzi, ha incontrato l’altro candidato, Alberto Bombassei, e hanno concordato sull’opportunità di lavorare insieme, cominciando dalla riforma dell’associazione, che ne ha bisogno. Hanno chiesto a mio padre di occuparsene ma, avendo più di 80 anni, ha preferito declinare l’invito. Così si sono rivisti e hanno deciso di chiederlo a un altro Pesenti: il sottoscritto».
Perché ha accettato?
«Nel dna della famiglia c’è l’impegno istituzionale e ho voluto confermarlo».
Con quale bilancio?
«Ne posso fare due, uno generale e uno personale. A me piace essere molto pragmatico e ho lavorato da ingegnere, partendo dall’analisi della situazione e arrivando ad una riforma che fa di Confindustria una organizzazione più snella e più efficiente, adatta ad un mondo in cui tutto è cambiato e sta cambiando. Una associazione che sia utile agli imprenditori e un esempio per il Paese, che deve cambiare. Anche il bilancio personale è positivo perché ne sono uscito arricchito, cogliendo l’opportunità di sviluppare relazioni e conoscenza delle persone. La scelta è stata di fare cose semplici in un mondo caratterizzato da comportamenti bizantini e i risultati stanno arrivando. In pochi mesi la riforma ha innescato 60 iniziative di aggregazioni all’interno del sistema confindustriale».
Le riforme sono la strada giusta anche per il governo Renzi?
«Dalla crisi si esce solo con grandi cambiamenti strutturali. Italcementi è cresciuta cambiando e Confindustria lo sta facendo. Renzi ha annunciato riforme coraggiose e indispensabili. Adesso è necessario realizzarle».
Ci sono segnali di ripresa economica?
«La crisi dell’Italia è, prima di tutto, etica e di valori. In questi senso occorre incidere. E sono le persone a fare la differenza, non soltanto le regole. Detto ciò ci sono aree geografiche e settori in ripresa evidente. Altri ancora no. Il numero di container in uscita dal porto di Genova, per esempio, sta aumentando. L’elettromeccanica nelle regioni del Nord, il packaging e la meccanica in Emilia Romagna, l’automotive in Piemonte stanno andando meglio ed è un segnale positivo anche se il driver restano le esportazioni».
Nel 2008 lei è stato indagato nell’inchiesta Calcestruzzi per avere agevolato la mafia dai pubblici ministeri di Caltanissetta. Con quale esito?
«Procedimento archiviato».
Cos’ha imparato da quella vicenda?
«Una lezione, in particolare: la legalità va applicata e non solo enunciata, senza dare nulla per scontato».
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