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«Riaprire subito, futuro delle aziende a rischio»

Siamo allineati con il Car, il patto a cui aderiamo come azionisti e che si è espresso in maniera chiara. Vista da Intesa è sicuramente un’ottima operazione. Per il territorio e per Ubi non mi pare sia però l’opzione migliore, ancor più in questo momento di emergenza. È una banca ben gestita e solida che è bene rimanga profondamente radicata sul territorio per garantire la sua crescita come accaduto in passato anche con Brembo.

«Brembo è una impresa globale. La recessione è dura. Ma noi siamo un gruppo solido industrialmente, sano nella finanza di impresa e robusto nella patrimonializzazione. Non desistiamo affatto dai progetti di alleanze da un punto di forza o di acquisizione diretta di chi, in questo momento, potrebbe soffrire più di noi. È da un anno che cerchiamo opportunità nei due segmenti dei servizi ad alto valore aggiunto e dell’intelligenza artificiale. Meno in quello dei prodotti. Di sicuro l’automotive industry internazionale muterà volto nei prossimi mesi. E, noi, persevereremo nei nostri progetti di consolidamento e di espansione».

Il fondatore e presidente di Brembo Alberto Bombassei, reduce dall’acquisizione del 2,4% di Pirelli che ha smosso due settimane fa le acque ferme del capitalismo italiano, in questo colloquio telefonico con Il Sole 24 Ore spazia sugli argomenti più diversi: dalle strategie della sua impresa al ruolo dell’Europa, dal problema della riapertura della nostra industria al coordinamento con il resto del sistema manifatturiero europeo, fino alla golden share a difesa delle quotate italiane.

Bombassei, iniziamo dalla domanda più semplice. Lei dove si trova? La Brembo sta lavorando?

Sono nel mio ufficio al Kilometro Rosso. Avevamo chiuso una settimana prima del lockdown. Lunedì abbiamo aperto le attività immateriali: la Ricerca & Sviluppo e i nuovi progetti. In questo momento, nei laboratori di Stezzano sono operativi 140 nostri specialisti, oltre agli altri in telelavoro. Iniziavamo ad essere in difficoltà. I nostri clienti tedeschi hanno riaperto lunedì scorso le loro fabbriche fuori dalla Germania e progressivamente stanno facendo lo stesso in Germania.

Tutti hanno sentito la leadership di Volkswagen-Audi, Daimler e Bmw spiegare alla Merkel che, senza i componentisti italiani, avrebbe avuto problemi a riattivare le fabbriche.

Sì. Noi stiamo sviluppando progetti che valgono diverse centinaia di milioni di euro all’anno con i più grandi costruttori europei. Ogni settimana da Stoccarda, Monaco e Wolfsburg ricevevamo telefonate allarmate. Adesso, seppur in maniera molto parziale, abbiamo ricominciato. I segnali che abbiamo sono che il Governo potrebbe includere la componentistica fra i settori strategici per cui realizzare presto una piena riapertura. Se la prossima settimana la filiera italiana non tornerà operativa, pur con ritmi più lenti del normale, e non aggancerà il treno tedesco che nel mentre sarà del tutto ripartito, il futuro delle nostre aziende verrà messo a rischio.

Bombassei, e la sicurezza e la salute dei lavoratori?

Sulla sicurezza e sulla salute, qui in Brembo, abbiamo misure in linea con gli standard concordati lunedì fra Confindustria e sindacati del nostro territorio, che sono più severi di quelli nazionali del 14 marzo. Inoltre, l’Istituto Mario Negri sta elaborando per noi e per tutto il territorio un protocollo anche più evoluto di quello adottato alla Ferrari e di elevatissima attendibilità che prevede gli esami del sangue per i lavoratori. È un tassello di un quadro più ampio: al Negri, alla Fondazione From e all’Ospedale Papa Giovanni XXIII, a cui è stato garantito un contributo di 150mila euro sulla prima emergenza, abbiamo donato un ulteriore milione di euro per uno studio finalizzato non tanto a trovare un vaccino, quanto a scoprire se esistano medicinali concepiti per altre patologie che possano essere utilizzati con efficacia contro il coronavirus.

Il problema, però, è che quando tutta l’industria ripartirà, i lavoratori dovranno raggiungere le fabbriche.

Lei ha centrato la questione. In fabbrica la sicurezza è garantita. E i sindacati lo sanno. Il problema di nuovi contagi è rappresentato dal percorso dall’uscio di casa ai cancelli della fabbrica. L’85% della filiera automotive usa la macchina o la moto per raggiungere il posto di lavoro, da noi sono anche di più.

Ma, per chi usa il trasporto pubblico, è il Governo a dovere organizzare un modello efficiente e sicuro. E, francamente, non è chiaro che cosa abbia deciso, né se abbia davvero affrontato la questione.

Qualche numero sta migliorando. Anche se, davvero, occorre prudenza. In questo momento che cosa, della politica, l’ha amareggiata di più?

Certo, i tentennamenti della politica non hanno giovato. Sul tema di come e quando riaprire non è stato sviluppato un metodo chiaro e razionale. E nemmeno la moltiplicazione delle commissioni di esperti ha giovato. Ma non mi sento di gettare la croce addosso a nessuno. È stata una epidemia travolgente. Adesso che i numeri un poco migliorano, il mio ottimismo da cittadino e da industriale viene finalmente rinfrancato. Sono state settimane durissime. Una amarezza permane: l’assenza dell’Europa.

In che senso? Le politiche sanitarie sono nazionali.

Si, ma le politiche industriali no. E l’integrazione fra manifatture è una realtà. Guardi all’industria dell’auto. I lavoratori sono 13 milioni in Europa e 1,3 milioni in Italia. Le auto di alta gamma tedesche incorporano sistemi e componenti italiani. Noi abbiamo impianti in Polonia e in Repubblica Ceca. A Bruxelles non sono riusciti a imporre il coordinamento della riapertura delle fabbriche europee: né nei tempi, né nei protocolli di sicurezza. Così si è proceduto tutti in ordine sparso. Noi siamo ancora fermi. I tedeschi hanno iniziato a riaprire lunedì scorso. Fra questa settimana e la prossima hanno riaperto o riapriranno i francesi, gli spagnoli, gli ungheresi, gli slovacchi, i cechi. Tutti nostri concorrenti.

Questa crisi può modificare le policy comunitarie? Per esempio può interrompere il suicidio della specializzazione produttiva del gasolio?

Ormai il danno all’origine è stato fatto. Temo che, cambiare in corsa, sarebbe controproducente. Gli obiettivi di emissione di CO2 al 2030 e le risorse finanziarie a favore dell’ibrido e dell’elettrico ormai sono stati fissati e sono state stanziate. Cambiare ancora il quadro regolatorio rappresenterebbe un ulteriore elemento di instabilità.

Il coronavirus sta rimodulando i rapporti fra cittadini e comunità, economia e salute, politica e società. Ma si sta anche abbattendo sui valori di Borsa.

Sì, su questo sono molto preoccupato. Non per Brembo. Ma per i Sistema-Italia. Per questa ragione ritengo corretto che il Governo abbia reso più stringente la golden share.

Scusi, ma come elemento temporaneo o come elemento strutturale? La contendibiltà non è più un valore?

Dipende. A parte che in Germania la golden share esiste già. In ogni caso, mi sembra giusto che oggi non sia possibile, per un investitore non italiano e non europeo, venire da noi e comprare a prezzi di saldo le nostre aziende strategiche e i nostri gioiellini. In questo momento è meglio l’eccesso regolamentare che non la vendita scriteriata. Siamo sempre il secondo Paese manifatturiero d’Europa. La nostra struttura industriale va tutelata.

Nella partita Intesa-Ubi siete con Ubi: una scelta di appartenenza, visto che siete soci storici dell’ex popolare, o perché non condividete il profilo finanziario e industriale dell’operazione?

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