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Riapre Wall Street Un pugno di broker per sfidare la crisi

NEW YORK — Festa grande a Wall Street: ma per pochi intimi. Dopo due mesi di chiusura che sembrano eterni, un’interruzione superata solo durante la prima Guerra mondiale, riapre la Borsa più celebre del mondo. Alle 8.30 del mattino c’è la coda per entrare al New York Stock Exchange (NYSE), al numero 11 di Wall Street. Proprio lì dove una statua di bronzo raffigura la bambina che sembra sfidare la potenza del capitalismo finanziario.
Alle 9.30 il governatore dello Stato di New York, Andrew Cuomo, suona il rituale campanello d’apertura delle contrattazioni: cerimonia frettolosa, cinque minuti dopo è già in auto, via di corsa. Per molto tempo il suo gesto non avrà emuli, le restrizioni d’accesso proibiscono i visitatori, addio alle feste che si svolgevano in occasione di nuovi collocamenti in Borsa. A fare la coda un’ora prima che arrivasse Cuomo c’erano pochi trader: 80 sui 500 che lavoravano nel palazzo fino al 23 marzo. A casa tutti gli altri colleghi. Perfino le televisioni finanziarie che seguono i mercati minuto per minuto sono espulse sine die , qualcuna si accampa sul marciapiedi di fronte. Le nuove misure di sicurezza sono drastiche, e molto controverse. I pochi trader selezionati hanno dovuto sottoporsi a controlli estenuanti: temperatura, divieto di portare cibo, solenne garanzia di non aver usato mezzi pubblici. Perfino marciapiedi e corridoi interni cambiano fisionomia: alle transenne di sicurezza già apparse dopo l’11 settembre 2001, ora si sono aggiunte le strisce sui sensi unici pedonali e le distanze di sicurezza sanitaria.
Soprattutto, gli operatori di Borsa hanno dovuto firmare quel documento inquietante che è stato definito “il permesso della morte”. E’ un lungo contratto legale con cui esonerano lo Stock Exchange da qualsiasi responsabilità civile e penale se si ammalano sul luogo di lavoro; anzi si caricano in proprio la responsabilità qualora contagino dei colleghi. Tempestata di critiche, la presidente del NYSE Stacey Cunningham si giustifica così: «Questi trader non sono nostri dipendenti. Non abbiamo il potere di vietargli l’ingresso. Quel documento è un modo perché riconoscano l’obbligo di seguire regole precise a tutela della loro salute». Una volta entrati al “floor” – letteralmente il pavimento, la sala contrattazioni – i trader devono osservare distanze di sicurezza di due metri da ogni collega. Lavorano il più possibile all’interno di gabbiotti trasparenti individuali, protezioni di plexiglass. Uno dei pochi che si sono soffermati a parlare coi giornalisti prima di entrare nel luogo proibito è Jonathan Corpina della Meridian Equity. «È stato un adattamento difficile – ha detto – ora ci muoveremo poco. Ma non mi preoccupo. La priorità è la salute e la sicurezza della comunità che lavora qui». Muoversi poco? È un controsenso per la Borsa. Il mondo intero ricorda le immagini che da Wall Street hanno scandito i boom e i crac del mercato azionario: da Tokyo a Milano, da Shanghai a Zurigo, ogni investitore osservava sullo schermo le riprese dirette dalla capitale della finanza globale con l’agitazione dei trader, le urla, la frenesia. Il balletto euforico o tragico degli intermediari newyorchesi era uno spettacolo di risonanza planetaria. Ora il “floor” è semivuoto, si agitano solo grandi schermi luminosi. È l’atto finale di un’evoluzione cominciata negli anni Settanta, accelerata negli anni Novanta: l’ascesa delle contrattazioni gestite da programmi informatici, a distanza. Più la concorrenza fra Borse. Il NYSE ormai ha solo il 20% degli scambi americani, e solo l’1% sul “floor”, con esseri umani come protagonisti. La pandemia ha dato il colpo finale agli umani.
Arrivare fino alla Borsa, dalla parte settentrionale di Manhattan, significa traversare una città ancora convalescente e semideserta. Il traffico un po’ è ripreso, i cantieri edili funzionano. Ma negozi aperti ce n’è pochi e il pullulare di cartelli “affittasi” è un segnale sinistro: l’ecatombe di fallimenti ha già stravolto la fisionomia urbana. Eppure la finanza esulta, la giornata si chiude con forti rialzi. Donald Trump twitta: «Dow Jones oltre 25.000, la transizione verso la Grandezza è cominciata in anticipo». Trump è convinto, o vuole convincersi, che Wall Street ha potere profetico e già avvista all’orizzonte una ripresa economica. All’indice Dow Jones lui appende le sue speranze di rielezione a novembre. Ma i mercati finanziari sono davvero il riflesso dell’economia reale? La sensazione è un déjà vu , come ai tempi in cui qui vicino, a Zuccotti Park, erano accampati i contestatori di Occupy Wall Street. “Assieme siamo forti” dice il grande striscione bene in vista sull’ingresso della Borsa. Ma il rialzo del mercato azionario arricchisce a dismisura i grandi azionisti di Big Tech e Big Pharma, mentre il resto del Paese conta i caduti: centomila per il virus, 40 milioni di disoccupati.

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