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Riapre in estate la caccia alla liquidità

Agli sportelli bancari è di nuovo caccia alla liquidità. Anche durante i mesi estivi la pressione commerciale resta forte, sia sotto forma di offerte promozionali (quasi sempre riservate ai nuovi clienti) sia attraverso l’emissione di obbligazioni. Tra i canali più attivi, spicca ancora quello dei conti di deposito online, che in molti casi superano la soglia del 4% (naturalmente al lordo della ritenuta fiscale del 20%). In cambio però la soluzione più frequente prevede il vincolo delle giacenze per periodi variabili da qualche mese a due anni.
In tempi di tassi ai minimi storici, dopo l’ultimo intervento della Bce, e di grande incertezza sull’evoluzione dello scenario, un rendimento netto superiore al 3%, offerto sotto la garanzia del Fondo interbancario di tutela dei depositi (fino a 100mila euro per depositante) è una sirena a cui in questi frangenti sembra difficile resistere, ma è bene non dimenticare che si tratta pur sempre di un parcheggio temporaneo nel quale è meglio non indugiare troppo a lungo e che – a rigore – la scelta è sicura ma non esente da ogni e qualsiasi rischio.
Ulteriore elemento da considerare è poi l’andamento del costo della vita, in questo periodo tenuto a bada dalla gravità della crisi, ma dalle prospettive incerte. Anche oggi, in ogni caso, il peso dell’inflazione non è ininfluente: secondo l’ultima rilevazione Istat (riferita a giugno) ha infatti toccato il 3,3 per cento.
La seconda gamma di offerta è rappresentata appunto dalle obbligazioni bancarie, un evergreen della raccolta delle aziende di credito, che offrono condizioni lorde in linea con i depositi online e, nel caso delle durate più lunghe, con i BTp (questi strumenti risultano però favoriti da un’imposizione fiscale più leggera, il 12,5% rispetto al 20% degli altri prodotti).
Ed è proprio sul versante dei titoli di Stato che, in questi giorni, i risparmiatori ricevono i segnali più confusi. Da un lato, molti operatori sostengono che è giunto il momento di tornare a guardare con interesse al debito pubblico di casa, anche in virtù dei passi avanti compiuti a livello europeo e italiano sulla via del controllo del rischio sovrano. Dall’altro lato continuano però ad accendersi preoccupanti spie rosse. Nonostante la flemma con cui è stato accolto dai mercati, il pesante downgrade di Moody’s (A3 a Baa2) è un chiaro messaggio di sfiducia, tanto più perché affiancato da un outlook negativo sulle prospettive. Anche senza considerare l’ultimo intervento dell’agenzia di rating, lo spread BTp-Bund costantemente ai limiti del fuorigiri testimonia con efficacia la percezione di un rischio elevato nel “percorso di guerra” citato dal premier Monti.
Con tutto ciò è chiaro che, anche nel mondo degli strumenti a rischio più contenuto, l’abbinamento tra sicurezza e rendimento risulta in queste settimane estive quanto mai frutto di un difficile equilibrio. In linea generale, non esiste una risposta universale giusta in assoluto. Non solo per l’ovvia varietà di opinioni degli esperti, ma anche perché – pur senza considerare le notizie di cronaca – nella scelta tra BTp e altri strumenti entrano in gioco numerose variabili oltre ad affidabilità e rendimento. Due esempi tra i tanti: in molti casi i bond bancari non vengono quotati e quindi una loro dismissione anticipata può risultare fortemente penalizzante (l’unico acquirente è l’emittente e dunque il prezzo lo fa la banca, prendere o lasciare). D’altra parte i BTp sono quotati sul mercato regolamentato e hanno dunque prezzi trasparenti. Ma gli ultimi mesi hanno impartito una severa lezione: sul mercato secondario i prezzi dei governativi – in particolare di quelli con scadenze più lontane – in certi periodi saltano come cavalli imbizzarriti. Se per sfortuna qualcuno si trova nella necessità di vendere in quei momenti, le perdite in conto capitale possono risultare rilevanti.
Infine un’occhiata ai rendimenti dei titoli pubblici italiani (illustrata dal grafico che correda questo articolo) aiuta a orientarsi nella scelta. La curva mostra con evidenza che oltre la media durata, cioè le scadenze a 3-5 anni, i rendimenti salgono relativamente poco e molto lentamente. Dunque, con mercati incerti e volatili, non serve (ed è anche poco prudente) allungare troppo le durate in portafoglio.

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