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Riapertura soft per le banche ma la fuga da Cipro è iniziata

Alle 10 del mattino sono già tutti pronti. Decine di cameramen, televisioni di tutto il mondo, fotografi. Le telecamere sono puntate sull’ingresso delle banche. Dopo 12 giorni di chiusura, a mezzogiorno, aprono finalmente gli sportelli. Si temevano file disordinate, gente che urla, proteste. All’ingresso di ogni banca i poliziotti armati scrutano nervosi le code che si stanno formando. Ma quando le banche aprono, le file ordinate – composte soprattutto da anziani, extracomunitari che non hanno il bancomat e commercianti desiderosi di depositare gli assegni che non possono essere riscossi – si esauriscono rapidamente. Nessuna protesta, né tumulto. In alcuni luoghi i giornalisti sono più dei ciprioti. Nel giorno in cui sono entrate in vigore le severe restrizioni alle transazioni bancarie (tra cui prelievi massimi di 300 euro) predisposte dal Governo per scongiurare un’emorragia di capitali, non si è dunque verificato il temuto assalto agli sportelli.
Il punto di accesso a Lidra Street, la strada più battuta dai turisti che taglia in due parti la città vecchia di Nicosia, è affollato. Ironia della sorte, una accanto all’altra, separate da una stradina larga cinque metri, ci sono le sedi della Bank of Cyprus e della Laiki, i due più grandi istituti di credito del Paese. Il primo in fase di ristrutturazione per le gravissime difficoltà finanziarie, nelle cui casse confluiranno i depositi sotto i 100mila euro – quindi garantiti- che un tempo si trovavano nella Laiki. La seconda, in via di liquidazione, ma oggi comunque aperta e ancora funzionante.
Dalla sede della Laiki esce Zoi Paskali, 54 anni. Anche lei non aveva il bancomat. «Vivo da qualche anno in Grecia – ci racconta –. E ad Atene ho perso il lavoro a causa della crisi. Ora mi trovo a Cipro, dove potremmo sprofondare in una crisi ben peggiore. Fino a un anno fa, i ciprioti si sentivano al riparo da simili shock. Mai avrebbero pensato che sarebbe potuto toccare a loro». Alla domanda se porterebbe via tutto il suo conto, se ne avesse la possibilità, Zoi mostra una saggezza encomiabile: «Se tutti facessero così, l’economia del Paese crollerebbe. La gente si porterebbe i soldi a casa, ma poi resterebbe senza lavoro. Dobbiamo fidarci delle banche».
Sono in molti, però, a confessare che, se potessero, porterebbe all’estero buona parte dei risparmi. Avraam Pharakalampos, 77 anni, è furioso. Uscito dalla Bank of Cyprus ci spiega: «Io non so neanche come funziona il bancomat, non l’ho mai avuto. Mi hanno detto che mi hanno versato la pensione sociale sul conto corrente, e allo sportello mi hanno risposto che non si può prelevare nulla, neanche 300 euro. Dicono che c’è stato un errore di comunicazione con la Banca centrale. Mi sono rimasti 20 euro».
Nella parte moderna della città, il centro commerciale, dove i palazzi in vetro e cemento accolgono migliaia di società di trading e studi di consulenza – arrivati a Cipro grazie alla notoria e bassissima tassazione per le società e per i controlli non troppo severi sulle transazioni – l’aria è ancora più tranquilla. La gente ritira il contante dal bancomat (il prelievo massimo è stato fissato a 300 euro) o chiede informazioni agli sportelli. Non ci sono file. In piazza Eleftheria, Gehorgos, un uomo in giacca e cravatta, puntualizza: «Vogliamo mantenere la nostra dignità, una delle poche cose che ci resteranno. E mostrare ai media internazionali che siamo un popolo civile». Lo stesso presidente della Repubblica, Nicos Anastasiades, ha dichiarato su Twitter: «Vorrei ringraziare la gente di Cipro per la maturità e il senso di responsabilità che ha mostrato nei rapporti con le banche».
Una compostezza, tuttavia, che potrebbe presto cedere il posto alla rabbia. Per Cipro il peggio deve ancora venire. Il pacchetto di salvataggio concordato con la troika, e le restrizioni alle transazioni finanziarie (che potrebbero durare anche un mese), avranno pesantissime ripercussioni sull’economia dell’isola, che importa tre quarti dei beni che consuma. «La nostra economia, che da un po’ di tempo stava già vivendo una fase di recessione – ha dichiarato ieri il ministro del Lavoro Haris Georgiades – andrà incontro a una recessione più profonda. Purtroppo il tasso di disoccupazione già a livelli record (oggi è al 15%, ndr) salirà ancora di più». La Confindustria cipriota si attende fallimenti a catena e licenziamenti. Anche nel settore bancario, che assisterà a un deciso ridimensionamento, anche di organico. Il presidente Anastasiades ha fatto sapere che si taglierà lo stipendio del 25%, mentre i suoi ministri lo ridurranno del 20. Devono dare l’esempio, perché è del tutto prevedibile che l’esercito dei dipendenti pubblici (quasi 100mila su 850mila abitanti), che ha già ricevuto pesanti tagli a salari e pensioni nell’ultimo anno, vedrà mutilati i suoi grandi privilegi. Inammissibili, secondo molti imprenditori e dipendenti privati, in un Paese moderno.
Il futuro è grigio. E forse il Governo di Cipro è stato troppo ottimista nel calcolare i depositi rimasti nelle banche. In febbraio, secondo un rapporto rilasciato ieri dalla Banca centrale di Nicosia, anche i depositi dei cittadini della zona euro nelle banche cipriote sono diminuiti nettamente, visto che è stato ritirato il 18% del totale (circa 860 milioni di euro). Di alcuni depositi russi usciti – secondo voci ricorrenti – anche durante i 12 giorni di chiusura delle banche non si sa ancora nulla. Cipro potrebbe trovarsi con molti meno soldi di quanto pensava.

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