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Revocatoria, serve il dolo dell’acquirente

La vendita che danneggia i creditori dell’alienante può essere dichiarata inefficace se il venditore e l’acquirente sono consapevoli del pregiudizio procurato alle ragioni dei creditori stessi. Se poi l’atto è posto in essere prima del sorgere del credito, il terzo deve anche essere partecipe della dolosa preordinazione dell’operazione. Lo ricorda il tribunale di Catania (giudice Arena) con sentenza del 30 luglio.
Nei fatti, un soggetto che presentava una forte esposizione debitoria nei confronti di privati e di istituti bancari aveva venduto un appartamento e un garage con due separati contratti, conclusi nello stesso giorno in esecuzione di un unico preliminare. Alcuni creditori avevano allora promosso l’azione revocatoria prevista dall’articolo 2901 del Codice civile, chiedendo che quelle vendite fossero dichiarate inefficaci nei loro confronti.
Il giudice riconosce che le due alienazioni pregiudicano gli interessi dei creditori del venditore, giacché, come affermato dalla Cassazione (sentenza 1896/2012), anche la sostituzione di un immobile con il denaro derivante dalla compravendita comporta di per sé una rilevante modifica qualitativa della garanzia patrimoniale, tenuto conto della maggiore facilità di cessione del denaro stesso. Inoltre, dopo la stipula di quei contratti, il patrimonio immobiliare del venditore si era ridotto a un solo appartamento.
Secondo il tribunale era stato pure provato che il debitore aveva dolosamente preordinato la vendita per sottrarre i beni alle azioni esecutive dei suoi creditori presenti e futuri: ciò poteva desumersi dal fatto che l’alienante si era impegnato a privarsi di due suoi immobili pur essendo «pienamente consapevole della propria esposizione debitoria», poi aggravata dall’emissione di cambiali e assegni in epoca successiva alla conclusione del preliminare di vendita.
D’altra parte, il giudice rileva che, sebbene i prezzi indicati nei due atti apparissero esigui, gli importi effettivamente pagati erano, invece, congrui rispetto al valore di mercato degli immobili, stimato dal consulente tecnico d’ufficio. Proprio questo rilievo è ritenuto idoneo a escludere che i terzi contraenti fossero compartecipi del piano ordito dal debitore, così come la contestualità delle due vendite è indicativa, secondo il tribunale etneo, solo della consapevolezza, da parte degli acquirenti, del bisogno di liquidità dell’alienante.
La sentenza respinge quindi tanto la domanda principale di inefficacia in base all’articolo 2901 del Codice civile, quanto quella subordinata di simulazione, che viene esclusa appunto perché era stata data prova dell’esistenza di tutti gli elementi del contratto di compravendita, compreso il pagamento del giusto prezzo.
Gli attori avevano pure chiesto, in via ulteriormente gradata, che i contratti in questione fossero dichiarati nulli per violazione di norme imperative (articolo 1418, comma 1, del Codice civile), perché il corrispettivo indicato per la vendita era risultato inferiore al valore dei beni. Il tribunale disattende anche questa censura, osservando che la frode fiscale costituisce un illecito che trova le proprie sanzioni solo nel sistema tributario e non determina l’invalidità del negozio con cui viene commessa.

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