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Revocata la cessione di credito

La cessione di un credito rappresenta un mezzo anomalo di pagamento. E nell’ambito fallimentare è oggetto di revocatoria. A meno che il cessionario non riesca a provare circostanze tali da fare ritenere che l’imprenditore si trovava in una situazione normale di esercizio dell’impresa. È la conclusione raggiunta dalla Corte di cassazione con la sentenza n. 25284 della Prima sezione civile, depositata ieri.
La pronuncia ha così accolto il ricorso presentato dal curatore del fallimento di una Srl contro il giudizio della Corte d’appello di Roma, che aveva considerato legittima la cessione del credito Iva vantato dalla medesima Srl a favore di un istituto di credito. In esecuzione della cessione era stata accreditata alla banca (era il 1997) la somma di 600 milioni di lire.
Il curatore, tra i motivi di impugnazione, aveva messo in luce le incongruenze del verdetto della Corte d’appello che, da una parte, aveva affermato che la cessione di crediti non assimilabile al pagamento in contante o in titoli di credito, mentre, dall’altra, aveva sostenuto che la cessione di un credito Iva non permetteva, per le sue caratteristiche di certezza nella riscossione, di potere ritenere esistente una presunzione di conoscenza dello stato di insolvenza da parte della banca cessionaria.
La Cassazione considera fondato il motivo e ricorda che, una volta esclusa la modalità del mezzo di pagamento, la Corte d’appello avrebbe dovuto presumere la conoscenza dello stato di insolvenza, sulla base di quanto previsto dall’articolo 67, comma 1 della Legge fallimentare, e non avrebbe dovuto addossare l’onere probatorio alla curatela del fallimento.
È sullo stato di insolvenza che si sofferma soprattutto la sentenza. Per ricordare che la giurisprudenza, nel corso del tempo, pur confermando l’esistenza oggettiva dello stato di insolvenza, è arrivata a precisare che, nell’azione revocatoria, ha esclusiva rilevanza l’indagine sulla conoscenza dello stato medesimo da parte del terzo. «Il legislatore – sottolinea la Cassazione – ha scelto la strada di non dare rilievo autonomo alla sussistenza dello stato di insolvenza, preferendo inglobare tale elemento in quello soggettivo della sua conoscenza». Così, dal momento che l’insolvenza si manifesta attraverso segni esteriori, a contare è la conoscenza o meno di questi segni esteriori e, quindi, l’esistenza o meno di questi segni. «La conseguenza – avverte ancora la Cassazione – di tale scelta del legislatore consiste nel fatto che lo stato di insolvenza non si può considerare oggetto di uno specifico onere di allegazione e di prova, ma è compreso nell’elemento della conoscenza dello stato di insolvenza del quale segue il regime di allegazione e di prova».
In conclusione, pertanto, lo stato di insolvenza solo da un punto di vista logico è un requisito oggettivo della revocatoria fallimentare; da un punto di vista soggettivo viene invece assorbito nel requisito soggettivo della conoscenza dei segni esteriori della crisi d’impresa. L’assenza di questi ultimi testimonia non tanto l’assenza dell’insolvenza, quanto l’inconsapevolezza della sua esistenza.
Allora, nel caso specifico, non ci possono essere dubbi sull’anormalità di un pagamento tramite cessione di un credito, anche se di sicura esigibilità (il credito è temporaneamente insoddisfatto e l’obbligazione è estinta solo potenzialmente).

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