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Reversibilità, conta la convivenza

Nella ripartizione della pensione di reversibilità del marito defunto tra l’ex moglie divorziata e quella sposata in seconde nozze, il criterio della durata dei due matrimoni è un parametro necessario, ma non esclusivo. La valutazione del giudice, infatti, non si risolve in un mero calcolo matematico, ma comprende la possibilità di applicare correttivi ispirati all’equità, che prendano in considerazione anche la durata della eventuale convivenza prematrimoniale con la seconda moglie. Lo precisa la Cassazione, sezione prima civile, con la sentenza 10391 del 21 giugno scorso.
Ad accendere la questione, la lite insorta fra due donne, finite dinanzi al giudice per contendersi le quote del trattamento di reversibilità del defunto “comune” marito. Alla morte dell’uomo, il tribunale aveva ripartito l’importo mensile quantificato dall’Inps, assegnando il 65% alla coniuge divorziata e il restante 35% alla seconda moglie. Quest’ultima aveva presentato ricorso alla Corte d’appello, lamentando l’esiguità della somma ritenuta di sua spettanza. Ma il collegio aveva confermato il verdetto di primo grado: secondo i giudici, a giustificare la decisione era l’evidente disparità temporale nella durata dei matrimoni, il primo protrattosi per 27 anni, e l’altro per otto, seppur preceduto da una non breve convivenza more uxorio. Inoltre, secondo la Corte, era necessario valutare anche altri elementi, come l’importo «veramente ridotto» dell’assegno divorzile percepito dal l’ex moglie, nonché le diverse situazioni reddituali e patrimoniali delle due donne.
La seconda moglie, però, non convinta delle percentuali di spartizione, ha sottoposto la vicenda all’esame di legittimità. Tra i motivi, il difetto di motivazione della pronuncia resa in appello, contraddittoria, secondo il ricorso: i giudici, infatti, da una parte avevano bacchettato il tribunale per non aver tenuto conto della durata della convivenza e, dall’altra, avevano confermato la sentenza di primo grado.
La Suprema corte, accogliendo il ricorso, ha cassato la sentenza e rinviato la questione ai giudici di secondo grado. La pronuncia oggetto del ricorso – si legge infatti nella sentenza – pur dichiarando la volontà di prendere in considerazione la convivenza per ripartire la pensione, di fatto non ha modificato la decisione. La Cassazione richiama l’articolo 9 della legge 898/70, che dispone che la ripartizione della pensione di reversibilità fra ex coniuge e coniuge superstite «va fatta tenendo conto della durata del rapporto». Si tratta, in realtà, di una norma soggetta, nel tempo, a letture oscillanti. Le Sezioni unite, con la sentenza 159/98, avevano spiegato che, nella divisione delle somme spettanti al coniuge superstite e a quello divorziato, occorre fare riferimento a un «rigido ed esclusivo criterio di proporzionalità rispetto alla durata dei rispettivi rapporti matrimoniali avuti dalle parti interessate con il de cuius». Ma la rotta è stata parzialmente invertita dalla Corte costituzionale che, con la pronuncia 419/99, ha sollecitato i giudici a una valutazione più ampia. Il criterio della durata del matrimonio, puntualizza, per quanto «necessario e preponderante», non va considerato come «esclusivo». La valutazione giudiziale, perciò, non «si riduce a un mero calcolo aritmetico, ma comprende la possibilità di applicare correttivi ispirati all’equità». Ciò anche per evitare «l’attribuzione, da un canto, al coniuge superstite di una quota di pensione del tutto inadeguata alle più elementari esigenze di vita e, dall’altro, all’ex coniuge di una quota di pensione del tutto sproporzionata all’assegno in precedenza goduto».
Così, secondo la Cassazione, il giudice può «integrare il criterio legale della durata dei matrimoni con correttivi di carattere equitativo applicati con discrezionalità», tra cui l’eventuale pregressa convivenza. Attenzione però: questo elemento non potrà prevalere sul criterio strettamente richiesto dalla legge, vale a dire la durata del matrimonio.

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