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Reverse charge, spunta la clausola-acconti

Lo stop all’aumento della benzina di fine giugno potrebbe pesare tutto sulle imprese. Per coprire i 728 milioni che verranno meno con la bocciatura della Ue al reverse charge sulla grande distribuzione il Governo scommette sul successo della voluntary disclosure. E di clausola in clausola se a sua volta il rientro dei capitali non dovesse dare i frutti sperati si profila all’orizzonte un nuovo aumento degli acconti Ires e Irap di fine novembre. La norma di sterilizzazione della clausola di salvaguardia introdotta con l’ultima legge di stabilità è già pronta e sarà inserita, salvo ripensamenti dell’ultima ora, nel decreto legge sugli enti locali che il Governo si appresta a varare con il prossimo consiglio dei ministri. Ma andiamo con ordine.
Dopo il no di Bruxelles all’utilizzo da parte dell’Italia del meccanismo del reverse charge anche alla grande distribuzione, il Governo è ora chiamato a recuperare i 728 milioni di euro attesi dalla norma inserita nella legge di stabilità sotto la voce “lotta all’evasione”. La strada indicata nella ex finanziaria prevede l’aumento dal prossimo 30 giugno delle accise su benzina e gasolio. Ma come più volte dichiarato dallo stesso ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, il temuto aumento non scatterà. A coprire il mancato incasso dalla lotta alle frodi Iva sarà il gettito che arriverà dal rientro dei capitali.
Misura, quest’ultima, utilizzata ormai come vero e proprio “bancomat” dall’Esecutivo e questo nonostante gli incassi dell’operazione di rimpatrio dei capitali esportati all’estero illegalmente siano stati ufficialmente stimati dall’Economia in un solo euro. Se sarà confermata nel Dl la sterilizzazione della clausola sul reverse charge per la grande distribuzione il gettito della voluntary sarà ipotecato per ben 1,399 miliardi di euro. Ai 728 milioni, infatti si devono aggiungere anche i 671 milioni già indicati nel Dl milleproroghe di inizio anno necessari per cancellare l’ennesima clausola di salvaguardia inserita dal Governo Letta per garantire l’abolizione dell’Imu sulla prima casa.
Il Governo, pur avendo impegnato buona parte degli incassi prima ancora di averli realmente “toccati”, non sembra così certo del pieno successo del rientro dei capitali. Per questo nel cancellare il possibile aumento della benzina di fine mese prevede espressamente un ulteriore paracadute per la piena tenuta dei conti pubblici. E questa volta tutto a carico delle imprese. Se «dal monitoraggio delle entrate» previste dalla procedura forfettizzata della voluntary (sanzione al 3% dell’ammontare degli importi non dichiarati se le attività oggetto della collaborazione volontaria erano o sono detenute in Stati che applichino lo scambio di informazioni con l’Italia) dovesse emergere «un andamento che non consente la copertura per il predetto ammontare (vale a dire 728 milioni n.d.r.)», con decreto del ministero dell’Economia, «da emanare entro il 31 ottobre 2015», verrà stabilito l’aumento «degli acconti ai fini dell’Ires e dell’Irap, dovuti per il periodo d’imposta 2015». Non solo. Per compensare le eventuali minori entrate che «si dovessero generare per effetto dell’aumento degli acconti» delle imprese, dal 1° gennaio 2016 si tornerà a parlare nuovamente di possibile caro-benzina con l’aumento delle accise.
Se questo schema sarà confermato le imprese dovranno sperare in una accelerazione della voluntary disclosure che, al momento, però sta viaggiando a passo lento (si veda il Sole 24 Ore di venerdì scorso). A quattro mesi dalla scadenza del 30 settembre le istanze di adesione regolarmente presentate al Fisco sono appena 1.836. E se si guarda agli incassi potenziali i dati non sembrano offrire maggiori garanzie di successo: da una rilevazione al 18 maggio scorso dell’amministrazione finanziaria è emerso che su 1.288 istanze presentate gli imponibili oggetto di emersione erano pari a circa 260 milioni per le imposte dirette, 16 milioni ai fini Irap e 12 milioni sul fronte Iva.

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