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Rettifiche senza linee guida

La direttiva dell’agenzia delle Entrate, rivolta agli uffici impegnati in controversie caratterizzate da contestazioni per condotte antieconomiche imprenditoriali, di resistere fino all’ultimo grado di giudizio di legittimità suscita perplessità.
Innanzitutto perché proprio nelle condotte antieconomiche le fattispecie sono veramente molteplici e di differente rilevanza. Gli uffici e la Guardia di Finanza contestano tali condotte un po’ a “macchia di leopardo”, in base, talvolta, alla sensibilità dei verificatori. I compensi degli amministratori, ad esempio, sono spesso oggetto di rettifiche: si assiste, però, a situazioni in cui effettivamente gli emolumenti sono spropositati, mentre, in altre, sfugge spesso come possa configurarsi l’antieconomicità della condotta imprenditoriale, soprattutto quando la persona fisica, che percepisce il compenso, lo assoggetta ad aliquota Irpef superiore a quella Ires della società che deduce il costo (con evidente vantaggio economico per l’erario).
Analoga questione si pone per le transazioni infragruppo: in alcuni casi effettivamente si tratta di operazioni prive di qualsivoglia fondamento e giustificazione. In altri, invece, si assiste a riprese a tassazione del tutto empiriche in cui si ritiene, a priori, che le transazioni tra società dello stesso gruppo debbano necessariamente sottendere condotte elusive, pretendendo conseguentemente documentazione e giustificazioni – pena le rettifica dell’intero costo – che, normalmente, nessuna impresa pone in essere.
Analogamente si assiste alla asserita indetraibilità dell’Iva da parte della società che ha ricevuto il servizio, nonostante l’impresa del medesimo gruppo, che ha fatturato la prestazione, abbia interamente versato tale imposta.
In questo contesto, è fin troppo evidente che l’indicazione di proseguire comunque nel contenzioso rischia di essere recepita per l’intera casistica senza operare alcun distinguo sulla tipologia di rettifica. Ne consegue che il contribuente si trova costretto, in tutte le ipotesi in cui effettivamente la condotta antieconomica appare insussistente sulla base del buon senso, ancor prima che delle teorie aziendalistiche e fiscali, a sostenere dei costi particolarmente elevati per partecipare a tutte le fasi del contenzioso.
Occorre poi considerare che in molte circostanze la stessa Suprema corte ha censurato le rettifiche degli uffici in materia: è il caso dei servizi infragruppo ritenuti non sufficientemente documentati, o ancora l’applicazione quasi matematica di valori normali sulle prestazioni, nonostante le imprese abbiano tutte sede in Italia.
Da ultimo i giudici di legittimità (sentenza 4510/2013) hanno affermato che la mancanza di personale idoneo a svolgere determinate mansioni all’interno di un’impresa appartenente a un gruppo societario, può ben giustificare le prestazioni rese a tale impresa, da altra azienda del gruppo senza necessità di ulteriore documentazione, oltre al contratto e alle fatture registrate in contabilità
Vi è poi da considerare il valore delle pronunce dei giudici di merito e il loro doveroso rispetto anche quando concludono in senso favorevole al contribuente. È evidente che l’indicazione di impugnare comunque tali decisioni rientra nelle legittime prerogative e decisioni delle parti processuali, occorre però ricordare che si è in presenza di una parte processuale un po’ atipica, in quanto pubblica e finanziata dalla collettività. Il rischio concreto, in tutti questi casi, è che il contribuente, consapevole che dovrà affrontare comunque tre gradi di giudizio, preferisca accettare parte delle contestazioni in sede di adesione anziché un lunghissimo (e oneroso) contenzioso.

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