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Rettifica ok se giustificata

È illegittima la rettifica del valore di un ramo d’azienda nel momento in cui l’amministrazione finanziaria non dimostri la sussistenza di concreti elementi di fatto che giustifichino la pretesa tributaria.

Queste sono le conclusioni a cui è giunta la Ctp Firenze all’interno della sentenza n. 300 depositata l’11 aprile 2019. In particolare, l’Agenzia delle entrate aveva proceduto a rettificare in aumento l’avviamento attribuito ai due rami d’azienda sulla base di una semplice addizione del minor valore assegnato al complesso immobiliare, anch’esso compravenduto nell’ambito di una correlata operazione condotta da un fondo immobiliare.

In altre parole, l’Agenzia delle entrate ha aggiunto al valore dei rami d’azienda, come identificato all’interno di perizie di stima all’uopo predisposte, la differenza proveniente dal minor valore attribuito alla compravendita immobiliare effettuata separatamente dal fondo immobiliare.

La società impugnava prontamente entrambi gli avvisi di rettifica, sostenendo innanzitutto che il metodo di valutazione dei rami d’azienda utilizzato dall’Agenzia delle entrate non fosse corretto né rispondente ad alcun criterio logico. E invero, secondo i giudici toscani, non può essere invocato un maggior potenziale economico di un complesso aziendale esclusivamente sulla base di un minor valore derivante dalla compravendita della componente immobiliare. Ciò poiché il valore della componente immobiliare di un ramo d’azienda può indubbiamente essere superiore a quello dell’avviamento commerciale. Il Collegio sostiene, altresì, che a fronte di una valutazione effettuata da una società di revisione dei conti non appare possibile sostenerne l’infondatezza sulla base di criteri generici e indeterminati.

Secondo la Commissione, ancora, l’Agenzia delle entrate ha l’onere di individuare la sussistenza di concreti elementi di fatto che legittimino la pretesa fiscale. Nel caso di specie, tali elementi non sono stati posti a sostegno della pretesa avanzata dall’Amministrazione Finanziaria.

Pertanto, i giudici di prime cure hanno decretato, ai sensi del primo comma dell’art. 2697 c.c., la soccombenza dell’Amministrazione Finanziaria in quanto, sebbene fosse parte onerata, non ha provveduto alla dimostrazione dei fatti costitutivi posti a fondamento dell’obbligazione tributaria. Di conseguenza, la Commissione Tributaria Provinciale di Firenze, dopo aver dichiarato la soccombenza dell’Amministrazione Finanziaria, ha proceduto ad accogliere entrambi i ricorsi introduttivi presentati dalla società.

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