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Reti tra Pmi, il nodo del bonus

Un aiuto che si è dimostrato concreto ed efficace a disposizione delle reti d’impresa asseverate. Uno strumento che ha aperto la porta a investimenti in innovazione e in beni strumentali, che a loro volta hanno fatto da volàno all’aumento dei ricavi e, spesso, dell’occupazione. Risultati resi possibili grazie alle risorse liberate dal regime di sospensione d’imposta sugli utili reinvestiti nella realizzazione del programma di rete.
È quanto prevede la legge 122/2010 per i redditi del triennio 2011-2013. I risultati sono stati brillanti (si veda l’articolo accanto) e ottenuti con un investimento da parte dello Stato letteralmente minimale: l’importo messo a disposizione nel periodo era di 48 milioni di euro: 14 milioni nel 2011 e solo 12 milioni nel 2012 e nel 2013.
Il provvedimento ora è scaduto e gli imprenditori che fanno network si interrogano su come e cosa fare per mantenere costante anche in futuro il livello di investimenti. «La detassazione degli utili è stato un passo decisivo per il successo delle reti, con un effetto di forte traino per il numero di contratti stipulati, a oggi oltre mille – premette Aldo Bonomi, vicepresidente di Confindustria con delega per le reti e presidente di RetImpresa, l’agenzia per le reti di impresa di viale dell’Astronomia -. C’era un risparmio d’imposta che si traduceva in investimenti finalizzati alla realizzazione del programma di rete, un risparmio che ha avuto l’effetto di aumentare le prospettive di crescita delle realtà coinvolte con ricadute positive sui lavoratori e sulle casse dello Stato».
In altre parole, con un minimo impegno sono stati ottenuti risultati al top. Come ridare allora sprint agli investimenti delle reti? «È fondamentale che la misura sia prorogata per un ulteriore triennio, fissando un plafond di 100 milioni – risponde il presidente di RetImpresa -. Si deve inoltre dare la possibilità di accantonare fino a due milioni di utili detassati l’anno per impresa. È la richiesta che facciamo al Governo e mi auguro venga accolta». Uno sforzo raddoppiato per lo Stato, che andrà ad aumentare la competitività e le capacità d’innovazione delle piccole e medie imprese.
Un maggiore stock di risorse allontanerebbe il rischio che la quota di utili detassati diminuisca a fronte di un probabile aumento delle richieste. Ogni anno infatti l’agenzia delle Entrate determina la percentuale massima di risparmio d’imposta spettante ai richiedenti, visto che il meccanismo adottato prevede la ripartizione proporzionale delle risorse disponibili. Nel 2011 alle Entrate sono giunte richieste di sospensione per 26,5 milioni, a fronte di una disponibilità di 20 milioni. Un successo che ha ridotto al 75,4% la quota di utili detassati. In assoluto è andata meglio nel 2012, quando la quota ha toccato l’86,5%, mentre quest’anno si è registrato un leggero calo all’83 per cento.
«L’esperimento è stato assolutamente positivo e l’impatto sulla finanza pubblica contenuto – commenta Bonomi -. Non ci si deve dimenticare che il risparmio d’imposta, riconosciuto là dove si traduce in investimenti per la realizzazione del programma di rete, aumenta le prospettive di crescita delle imprese con ricadute positive sui lavoratori e anche sulle casse dello Stato».
Tra gli altri nodi da affrontare c’è quello del bilancio di rete. È una delle novità introdotte dal decreto Sviluppo, che impone alle reti con fondo patrimoniale e organo comune di stilare e depositare presso il Registro delle imprese la situazione patrimoniale del contratto di rete. Un onere ritenuto eccessivo per le “reti contratto”, prive di soggettività giuridica. «È un impegno che al limite potrebbe essere sostituito – auspica Bonomi – da una rendicontazione semplificata solo per le reti contratto». Negli ultimi tempi Confindustria ha avanzato richieste di chiarimenti e indicazioni per dare certezza operativa in merito a questo nuovo obbligo che incombe sulle reti.

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