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Rete unica, dubbi nel governo sul controllo in mano a Tim

Il piano del governo Conte – che immaginava una rete Internet unica sotto il controllo proprietario di Tim – è ormai in forse. In audizione ieri mattina in Parlamento, il ministro Vittorio Colao (Innovazione tecnologica) non ha difeso il piano caro all’ex presidente del Consiglio Conte e all’ex ministro dell’Economia, Gualtieri.
Colao – che dunque non si spende per vedere Tim in una posizione di controllo della rete – si è limitato a candidare la Cassa Depositi e Prestiti (cioè lo Stato) a un ruolo decisivo nella cablatura del Paese.
Mercoledì invece un altro ministro (Giancarlo Giorgetti, Sviluppo Economico, Lega) ha bocciato l’ipotesi di attribuire a Tim il 51 per cento della nuova rete unitaria e ultraveloce. Infrastruttura che verrà completata – spera proprio Colao – già entro il 2026. In particolare Giorgetti ha escluso che questo governo possa ricostruire un monopolio privato della rete in capo peraltro a società con azionisti di maggioranza stranieri. Tim, lo ricordiamo, è controllata per il 23,75 per cento dalla multinazionale francese Vivendi.
Giorgetti ha anche individuato nella privatizzazione della Telecom (anno 1997) il peccato originario che ha frenato lo sviluppo della nostra rete di telecomunicazioni. E dunque il ministro leghista si pone ora alla testa di uno schieramento trasversale che sogna il ritorno della rete Internet sotto il controllo dello Stato, proprio attraverso Cassa Depositi e Prestiti. Si iscrivono al movimento per la “nazionalizzazione” della rete anche Fratelli d’Italia; la maggioranza dei parlamentari grillini; e singoli influenti esponenti del Pd.
Poi c’è Forza Italia che gioca tutta una sua partita. Da sempre questo soggetto guarda con massima attenzione agli interessi di Mediaset. Dunque – per la proprietà transitiva – Forza Italia è ostile ai francesi di Vivendi (che da mesi sono in lite con la famiglia Berlusconi). Con queste sue specifiche motivazioni, dunque, anche Forza Italia vuole imbrigliare Tim. Non ha piacere che la società acquisisca il controllo proprietario della nuova rete unica nazionale. E neanche vuole che Tim metta le mani sui diritti di messa in onda della nostra Serie A di calcio (sia pure come partner tecnologico della pay-tv Dazn).
Dentro la sfida della rete unica nazionale c’è anche Open Fiber, che è al momento controllata al 50 per cento da Enel e per l’altro 50 per cento da Cassa Depositi e Prestiti. Open Fiber si è aggiudicata le gare pubbliche per portare la fibra ottica nelle “aree bianche”, zone poco popolate dove nessuna azienda privata ha mai voluto investire. In queste “aree bianche”, Open Fiber è riuscita a raggiungere solo 3 milioni di abitazioni (contro i 7 milioni cablati nelle redditizie aree metropolitane). Com’è noto, Open Fiber affitta la sua rete a operatori di tlc che vendono poi gli abbonamenti ai clienti finali. Ma qualcosa deve essersi inceppato. Infratel – società del ministero dello Sviluppo – ha spedito una lettera ai deputati della Commissione Trasporti. Nella lettera si legge che – al 15 marzo 2021 – sono attivi su rete Open Fiber appena 21 mila 503 clienti finali in quelle aree.
Per Open Fiber, il ministro Giorgetti ha speso parole abbastanza severe. Eppure una corrente di pensiero si sta facendo largo nel governo e immagina di tendere una mano a Open Fiber, nelle “aree bianche”. L’ipotesi è di stanziare 200 milioni di euro. I soldi non finirebbero direttamente a Open Fiber. Sarebbero destinati alla moltitudine di imprese appaltatrici che, materialmente, scavano i cunicoli dove sistemare la fibra ottica di Open Fiber. Queste imprese – che operano tra mille ostacoli burocratici – riceverebbero premi e incentivi a patto di rispettare al minuto i tempi di consegna.
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