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Rete Telecom, ecco il rapporto Caio

Nel febbraio del 2009 quando aveva presentato al governo il primo rapporto dove già si diagnosticava la malattia della rete Telecom — «osteoporosi» — Francesco Caio si era sentito rispondere da un ministro del governo Berlusconi che di «Banda larga si parla anche al bar». Non si comprese allora che la banda larga in Italia, interpretata come nemica del potere televisivo, è un po’ come l’Araba fenice («Che ci sia ognun lo dice, dove sia nessun lo sa»). Quel report rimase lettera morta in un cassetto e il ritardo si accumulò. Ora il commitment politico sul nuovo rapporto che attende di essere licenziato alle stampe tra pochi giorni è molto forte partendo dallo stesso premier, Enrico Letta.

Il lavoro del comitato affidato al coordinamento di Mr. Agenda digitale, Caio, e di cui fanno parte Gerard Pogorel, professore emerito dell’Università ParisTech di Parigi e membro indipendente del supervisory board di Telecom Italia Open Access, e Scott Marcus, ex advisor della Fcc, il regolatore americano, è ormai finito. E anche se le conclusioni devono essere ancora messe nero su bianco è già chiaro che non sarà indolore. Letta aveva chiesto d’altra parte un documento «senza sconti per nessuno» per radiografare lo stato di salute della rete.
Se si guarda agli investimenti nei prossimi anni dei principali operatori di rete fissa — in sostanza Telecom, Vodafone e Fastweb — ciò che emerge è che ci saranno grossi investimenti ma sul cosiddetto Fiber to the cabinet (Fttc, un’architettura di rete che spinge la fibra ottica fino agli armadi telefonici lasciando poi il fatidico «ultimo miglio» al rame). Questi investimenti, in ogni caso, dovrebbero portare a un miglioramento ma hanno due grossi limiti: sono concentrati nelle aree ad alta densità di popolazione. E anche ipotizzando che i piani di investimento che per ora si fermano al 2016 possano continuare con lo stesso ritmo gli obiettivi europei di copertura della popolazione dell’Agenda 2020 sono un miraggio.
Una conclusione che il premier Letta non sarà felice di portare a Bruxelles in vista del semestre italiano di coordinamento nella seconda parte dell’anno. Insomma, il dossier Rete, anche in vista della battaglia in corso in Telecom Italia, dovrà tornare prepotentemente di attualità. Appurato che l’infrastruttura di rete fissa è un monopolio naturale, la soluzione dovrebbe passare da una società delle reti, tema non certo nuovo. Ma il progetto Metroweb (società partecipata dalla Cdp attraverso F2i) che andava in questa direzione è stato sostanzialmente bloccato dalla scelta dell’Fttc (l’infrastruttura del cosiddetto Fiber to the home che porta la fibra fino all’appartamento risolvendo l’annosa questione del controllo da parte di un soggetto dell’ultimo miglio in rame).
Resta da capire quale possa essere la posizione e le condizioni che il governo porrà a Telefonica, nuovo socio di riferimento in Telecom Italia. In effetti, anche se gli spagnoli in questo momento sembrano più presi dal futuro del dossier sudamericano di Tim Brasil, resta un fatto che l’Ebitda domestico del gruppo telefonico in Italia dipende ancora saldamente dalla rete fissa per il 70-80% del totale dei margini.
Forse non è un caso che, secondo alcuni indizi, le tensioni tra il gruppo Telecom guidato da Marco Patuano e la Cdp sarebbero diminuite. Il dialogo potrebbe riprendere presto. Ma, certo, è difficile dimenticare che di dialoghi e di apertura della rete si parlava già prima del rapporto Caio del 2009.

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