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Rete, la stretta sul copyright irrita Wikipedia (e i lobbisti)

Ieri era impossibile cercare dall’Italia sull’enciclopedia collettiva online Wikipedia il termine fake news, notizia falsa. Una serrata volontaria ha oscurato il sito, per protesta contro la stretta sul copyright. Ma se l’idea che è passata è che la direttiva sul diritto d’autore — in agenda per il voto del Parlamento europeo domani — metta a rischio la «Rete libera» e realtà come quella di Wikipedia questa è proprio la tipica fake news capace di propagarsi con finalità economiche e di fare danni. Nel testo già emendato al voto del Parlamento europeo proprio le «enciclopedie online senza scopi commerciali» (leggi Wikipedia) sono tra le eccezioni. Come le pubblicazioni con finalità di ricerca e studio. Sia i servizi «wiki» sia i mercati online come eBay, di cui non si faceva cenno nella proposta iniziale della Commissione europea, sono stati salvati proprio dalle camere europee. Per essere chiari, visto che anche su questo circola di tutto, non rientrano nella determinazione del cosiddetto value gap, cioè il valore per cui la piattaforma deve o bloccare o pagare i diritti sul copyright, nemmeno gli spazi di archiviazione personali come iCloud o Dropbox.

Non c’è nessun bavaglio alla Rete. Magari c’è una normativa perfettibile (quale non lo è?). Ma la maggior parte delle argomentazioni che circolano contro la normativa licenziata pochi giorni fa dalla commissione dell’Europarlamento sono faziose. Messe ad arte in circolazione dalle potenti lobby delle big tech che ormai investono in questa antica pratica più del mondo della finanza. Come Link Tax, il furbo soprannome che è stato dato alla normativa per via dell’Articolo 11 che introduce l’obbligo di pagamento per le piattaforme come Google, Facebook e Microsoft che usano contenuti dei giornali trasformandoli in un business proprio. Peccato che non si tratti di una tassa. E che non sia sui link.

Dovremmo chiamarla «no link, no tax», ma non avrebbe la stessa forza. Anche il ministro del Lavoro Luigi Di Maio si è espresso contro nonostante la normativa difenda proprio il lavoro di tante categorie: giornalisti, innegabile, ma anche cantanti, registi, creativi, pubblicitari. La difesa ideologica della Rete libera, cara ai pentastellati, rischia di essere una difesa economica degli interessi di grandi industrie: YouTube paga un ventesimo di quanto paghi Spotify, che già di per sé paga in centesimi e non è certo generoso.

Solo questa mattina si saprà se a Strasburgo ci sono i numeri per bloccare il voto di domani e rimandare tutto a settembre (le richieste devono arrivare da almeno cinque partiti). Dunque lo scenario politico è ancora molto incerto ed è probabile che non si riesca ad arrivare subito a un mandato all’Europarlamento per trattare con il Consiglio e la Commissione nel cosiddetto trilogo. Questo vuole dire che saranno possibili altri emendamenti che potranno ulteriormente modificare e, visto il clima, svuotare la forza dell’intervento. È un fatto che non sia possibile accontentare tutti in questa partita.

Inoltre le elezioni europee del prossimo anno rendono il tempo una risorsa più scarsa del solito: la sensazione è che se la partita non verrà chiusa subito non verrà chiusa mai. Ogni Europarlamento, come quelli nazionali, ha una vita propria e viste le difficoltà è impensabile che chi subentrerà, chiunque sia, spenda di nuovo la propria credibilità politica contro questa macchina da guerra.

Le lobby avranno vinto.

Massimo Sideri

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