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Rete, ecco le carte della rottura tra Cassa depositi e Telecom

Negli affari, come nella vita, mai dire mai. Eppure la rottura tra Telecom Italia e Cassa depositi e prestiti (Cdp), dopo tre mesi di trattative, è stata clamorosa. Sancita anche da scambi di battute su twitter che hanno approfondito il solco. Almeno per il momento, il capitolo si è chiuso. Da qui l’irritazione del governo che ha fatto della «banda larga», di internet superveloce, una «questione strategica» come da tweet del presidente del Consiglio Matteo Renzi. E tutto questo mentre tornano con insistenza voci su possibili interventi diretti dello Stato non soltanto nella rete, ma anche nei singoli assetti societari. 
Il punto di partenza del confronto Telecom-Cdp è stato però un documento intitolato «Linee guide del Progetto nazionale della fibra», sintetizzato in tre cartelle e presentato nel marzo scorso dalla Cassa e dal Fondo strategico italiano al vertice di Telecom. «Le aree del perimetro del progetto per la banda ultralarga» da portare nelle case degli italiani, è scritto nel documento, «includeranno circa il 51% della popolazione italiana». Più esattamente 14 città pari al 14% e altri 572 comuni pari al 37%. La proposta era di collegare direttamente in fibra ottica l’80% delle unità immobiliari. Nella prima fase Cdp, Fsi e i soci Metroweb (la società motore dell’operazione) avrebbero controllato il 60% del capitale contro il 40% di Telecom, ottenendo la maggioranza del consiglio di amministrazione. La seconda fase scattava al raggiungimento entro il 2018 di una copertura in fibra ottica «pari ad almeno il 25% delle unità immobiliari nazionali e in comuni che comprendano almeno il 30% della popolazione». A quel punto Telecom avrebbe avuto l’opzione per ottenere il controllo della società salendo fino al 60%. Presidente e direttore operativo erano di nomina Cdp e Fsi, mentre l’amministratore delegato era espressione di Telecom ma con diritto di sostituzione «in caso di underperformance» (risultati inferiori alle attese, ndr ). L’investimento previsto sarebbe stato di 5 miliardi, di cui 1-1,7 miliardi versati dalle parti.
La risposta di Telecom è arrivata tre settimane fa, proponendo una lettera d’intenti da firmare entro il 15 maggio, per arrivare all’accordo definitivo entro il 30 giugno. In tutto sette cartelle che, rispetto al piano Cdp-Fsi, contengono quattro sostanziali differenze. Prima di tutto la riduzione del perimetro a circa 250 comuni. Poi la realizzazione di una rete Ftth/B, cioè portando la fibra ottica fino agli stabili e lasciando l’ultimo tratto in rame, di cui Telecom ha l’esclusiva. In terzo luogo nella fase iniziale Telecom si è candidata, è scritto a pagina 3 della lettera d‘intenti, «al 50 per cento del capitale sociale ordinario votante (corrispondente al 40% del capitale sociale complessivo)», quota identica a quella del partner pubblico, più «il 100% di una categoria speciale di azioni della società, corrispondente al 20% del capitale sociale complessivo, con diritto di voto sospensivamente condizionato al raggiungimento di determinati obiettivi di copertura (dei collegamenti in fibra ottica, ndr), preliminarmente stimata in 3,3 milioni di unità immobiliari» (che, secondo stime Cdp, equivalgono al 10% della popolazione, ndr). Telecom, ed è la quarta differenza, si è candidata a comandare da subito, con l’opzione a salire al 100% in tre fasi. Il progetto alternativo, considerato inaccettabile dal gruppo pubblico, è arrivato a Cdp-Fsi con una lettera di accompagnamento firmata dal Ceo di Telecom, Marco Patuano. Interessante il riferimento nella lettera alle possibili obiezioni Antitrust sul fatto che la privata Telecom avrebbe controllato la rete nazionale in fibra ottica. Nessun problema, viene spiegato, come confermano «un apposito parere rilasciato da un primario studio legale specializzato in materia antitrust» e «il caso olandese», con l’operatore leader, Kpn, che «nelle settimane scorse è entrato in possesso del 100% del capitale di Reggefiber (la società pubblica che ha investito nella rete, ndr) al raggiungimento degli obiettivi fissati dalle parti». Ieri il presidente della Cdp, Franco Bassanini, in un’intervista a 2Next ha detto: «Lo Stato può tornare ad essere uno dei soci importanti» di una società della rete. Come dire: partite così si misurano sulla distanza .
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