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Restructuring, la crisi da Covid mette in moto gli studi legali

Il Codice della crisi e dell’insolvenza (Cci), salvo nuove ulteriori proroghe, entrerà in vigore il prossimo primo settembre. Gli studi legali più qualificati affilano le armi per gestire una delle riforme più complesse portate avanti nel nostro paese. Che la crisi pandemica che ha colpito l’economia consiglia di gestire con attenzione.

«La lunga vacatio legis ha consentito di studiare la riforma» spiega Marco Arato, partner e leader del Focus Team Crisi aziendali e ristrutturazioni del debito di BonelliErede. «In alcuni casi la giurisprudenza sta già applicando le nuove norme come criterio interpretativo delle fattispecie. Nella rivisitazione ministeriale dell’elaborato della Commissione Rordorf sono stati introdotti una serie di elementi dirigistici. Si tratta di interventi stonati, che la crisi prodotta dal Covid rende più inopportuni e da rimeditare. C’è poi un elemento di fondo, derivante dalla mancata attuazione della parte della legge delega che prevedeva un accorpamento delle funzioni fallimentari presso alcuni tribunali specializzati. Questa incompiuta provoca disfunzioni e rallentamenti anche gravi dei tempi delle procedure. Poiché in futuro le misure protettive a favore delle imprese in crisi o insolventi non potranno durare più di 12 mesi, o i tempi delle procedure si ridurranno drasticamente oppure vi saranno seri problemi nella gestione delle procedure. Da più parti si teme la rigidità dell’allerta e l’impreparazione delle imprese. Non sono d’accordo: l’art. 2086 cc in vigore da quasi due anni obbliga tutte le società a strutturarsi in modo da cogliere anche i primi indizi di crisi. Credo che sia una norma opportuna. Il ritardo degli imprenditori nel percepire la crisi e nel contrastarla è diffuso; la procedimentalizzazione dei comportamenti per prevenirla e attutirne gli effetti indotta dalla procedura di allerta è condivisibile. Certamente, anche in questo caso il possibile esito infausto dell’allerta che si conclude con una segnalazione di insolvenza al pm appare una rigidità del testo normativo che può mettere molti in apprensione. La replica è però agevole: se ci si comporta secondo una normale diligenza professionale e se si colgono tutti gli strumenti offerti dall’ordinamento per risolvere la crisi, il rischio della segnalazione al pm è facilmente scongiurabile».

«Non è escluso che il Governo prenda atto dell’impatto che il Covid ha avuto sul sistema giudiziario e decida di rinviare ulteriormente l’entrata in vigore del Cci a tempi che consentano a tutti gli attori coinvolti, tribunali per primi, di organizzarsi adeguatamente» ricorda Bruno Cova socio, di Delfino Willkie. Il nuovo Cci cade in un contesto economico fortemente sofferente per gli effetti del Covid. «Affidare la gestione delle crisi che ne conseguiranno ad una legge nuova può essere un azzardo, l’incertezza che consegue ad ogni nuova legge metterebbe in difficoltà debitori, creditori e tribunali. «La procedura di allerta potrebbe essere quella che più risentirebbe per l’entrata in vigore del Cci in una situazione di grave crisi economica in corso o non del tutto superata. Le Camere di Commercio potrebbero essere del tutto impreparate davanti a un numero potenzialmente elevatissimo di società che potrebbero o dovrebbero far ricorso alla procedura di allerta» chiosa.

Per Riccardo Agostinelli partner di Gattai, Minoli, Agostinelli & Partners «il nuovo codice ambirebbe a facilitare il risanamento delle aziende in difficoltà, trattare meno severamente le insolvenze e anticipare l’emersione della crisi. Credo alcuni blocchi della nuova normativa andrebbero rivisitati: ad esempio, le procedure di allerta rischiano di comportare segnalazioni «a pioggia», il procedimento unitario ha forzato in un unico contenitore procedure fra loro molto diverse, il concordato liquidatorio è incomprensibilmente stato relegato ad un ruolo marginale. Nel contesto dell’allerta, il test sulla cassa aziendale rischia di essere tardivo e di esporre un imprenditore in difficoltà ad una procedura gestita da soggetti che poco o nulla sanno del suo business: il panel (Ocri) non comprende rappresentanti dell’azienda e l’imprenditore non ha alcun diritto di prendere parte alle relative discussioni. L’allerta è alimentata da un sistema sanzionatorio: gli organi di controllo interno e i creditori pubblici qualificati sono incentivati a segnalare una crisi. Di qui il rischio di un bombardamento di segnalazioni, al di là degli obiettivi e della ratio della normativa».

Antonio Tavella, Business unit restructuring&insolvency di Chiomenti rileva come «una delle difficoltà maggiori sarà l’adattamento della prassi e degli assetti societari a questa nuova prospettiva, che richiederà inevitabilmente tempo per essere assimilata. Se, da un lato, l’impressione è che una declinazione puntuale degli obblighi di monitoraggio incentivi gli organi sociali a favorire l’emersione tempestiva di eventuali situazioni di crisi onde vagliare le possibili soluzioni, dall’altro il rischio è che, in un momento di generale difficoltà per l’economia globale (e nazionale), specie nel tessuto imprenditoriale medio-piccolo, l’entrata in vigore della procedura d’allerta possa dar luogo, nell’immediato, ad un ingente numero di segnalazioni da parte vuoi dei creditori qualificati, vuoi degli organi di controllo, con possibili criticità in termini di effettiva «gestione» delle procedure».

«La pandemia ha messo a nudo la difficoltà in cui si trovavano molte imprese ed ha messo in discussione la possibilità di portare a profittevole compimento molte ristrutturazioni, potendo questo risultato oggi conseguirsi soltanto se ricorrano tre elementi chiave, vale a dire un cospicuo stralcio dell’indebitamento esistente, l’intervento di un investitore terzo nella forma del c.d. distressed M&A ed un collegato cambio di governance, che consenta una effettiva discontinuità gestionale nella conduzione dell’attività aziendale. In questo scenario si collocano gli interventi normativi emergenziali che hanno seguito tre direttrici, sequenziali, di concedere moratoria sul pagamento dei debiti bancari ed erariali/previdenziali, di salvaguardare le procedure di ristrutturazione in corso e di dotare le imprese della liquidità venuta a mancare per effetto della pandemia» spiegano Gabriella Covino e Luca Jeantet, partners co-responsabili del dipartimento «Procedure concorsuali e ristrutturazioni» dello studio legale Gianni & Origoni. L’impianto del codice della crisi ha una portata fortemente innovativa e la principale difficoltà che rischia di registrarsi è di dover affrontare, e tentare di risolvere, crisi aziendali aggravate dalla pandemia. «Il rischio è che tutti gli attori di una ristrutturazione si trovino impreparati e che le nuove regole possano non conseguire l’obiettivo di preservare concretamente la continuità aziendale. Le procedure di allerta avevano un senso e, probabilmente, una chance di successo in un contesto macro economico molto diverso da quello che la pandemia ha fatto emergere. Oggi il driver non dovrebbe solo essere quello di prevenire tempestivamente l’emersione di situazioni di crisi, ma di gestire una situazione di crisi generalizzata e già attuale. Lo strumento, sicuramente utile, rischia oggi di essere inadeguato a fronteggiare una realtà molto diversa».

Per Fabrizio Acerbis, managing partner di PwC TLS «le misure di allerta sono opportune; contrastano l’atteggiamento di molte imprese che tendono a rinviare il ricorso agli istituti di composizione della crisi, che attivano solo quando questa si è ormai aggravata ed è divenuta irreparabile o più difficile da superare. I relativi indici devono essere elaborati con grande equilibrio, perché altrimenti rischiano di marchiare come imprese in crisi anche quelle che, pur avendo qualche tensione finanziaria di per sé superabile, non si trovano in un vero e proprio stato di crisi e non riceverebbero alcun beneficio, ma sarebbero danneggiate, se fossero oggetto di segnalazione agli organi previsti dal nuovo Codice, dai creditori pubblici qualificati o dagli organi interni di controllo in caso di inerzia dell’organo amministrativo. Nel 2021 stimiamo una crescita delle attività collegate al segmento delle crisi aziendali».

Per Daniela Andreatta special counsel di Orrick «la difficoltà maggiore riguarderà la capacità delle imprese di adeguare la propria organizzazione interna ai più alti standard organizzativi imposti dal nuovo codice. È probabile questa situazione determini l’attivazione di numerose procedure di allerta e quindi di segnalazioni all’Ocri (organo sulla cui utilità ed efficacia è legittimo dubitare) che incrementeranno le procedure di liquidazione giudiziale. È probabile che la magnitudo della novità legislativa determini un elevato grado di incertezza negli operatori. Lo studio ha istituito una task force dedicata alla legislazione emergenziale covid che opera in constante coordinamento con il dipartimento di restructuring per offrire assistenza non solo nell’ambito degli strumenti di composizione della crisi di impresa o dell’insolvenza, ma anche per permettere ai clienti di beneficiare degli strumenti di supporto alle imprese messi a disposizione dal governo».

«Oggi la situazione di crisi pandemica ed economica non consentirebbe un’applicazione integrale del codice. Poche imprese supererebbero totalmente indenni una pedissequa applicazione della procedura d’allerta e sarebbe forte il rischio che il sistema si trasformi da strumento di crescita solida ad elemento di blocco. Più che una semplice posticipazione occorre si studi un percorso di applicazione graduale, parallelo a quello, auspicabilmente il più breve possibile, di uscita dall’attuale emergenza» dice Francesco Brunelli, head of crisis & restrutcturing team di Deloitte Legal. «La procedura di allerta è l’elemento di maggiore preoccupazione per amministratori, sindaci e revisori. Tutti fortemente responsabilizzati dalla nuova procedura. In mancanza di un riscontro reale, sono strumenti che necessiteranno di utilizzatori esperti ed oculati per evitare fenomeni di iperallarmismo e falsi positivi».

Per Roberto Rovero, managing partner e Claudia Curiali senior associate di Crea Avvocati Associati, «la filosofia del nuovo codice potrebbe ritenersi in astratto confacente allo scenario economico-imprenditoriale post pandemia, nel quale peraltro più che il concetto di insolvenza dovrebbe trovare risalto quello di risanabilità delle imprese. Gli strumenti approntati potranno funzionare solo in caso di un auspicabile ma improbabile rapido ritorno alla normalità del sistema economico. Alla data attualmente prevista per la entrata in vigore del nuovo codice, la situazione imprenditoriale sarà lontana dal target su cui il sistema di allerta in particolare è stato parametrato. Vi è quindi il concreto rischio di una congenita obsolescenza. Da valutare con attenzione sarà poi l’incidenza dell’attivazione delle procedure di allerta rispetto al sistema creditizio. Quali saranno le reazioni delle banche alla segnalazione all’Ocri?».

«Allo stato attuale, la cassa integrazione a pioggia, il blocco dei licenziamenti, delle dichiarazioni di fallimento, delle cartelle esattoriali ha generato nel 2020 un effetto anestetico sulla crisi. I nodi prima o dopo vengono sempre al pettine: i debiti generati non saranno certo sanati», prevede Alessandra Giovetti, equity partner di Pedersoli Studio Legale, esperta di diritto fallimentare.. Per molte imprese la situazione sarà anche aggravata dai prestiti medio tempore ricevuti non già come contributi a fondo perduto ma come finanziamenti da restituire. A quel punto con tanti debiti e pure privilegiati accedere a soluzioni della crisi alternative al fallimento o per le grandi imprese all’amministrazione straordinaria sarà a dir poco difficile»

«Trattandosi di un importante cambiamento il primo problema sarà quello di verificare se le nuove disposizioni siano state correttamente recepite e metabolizzate da parte degli addetti ai lavori», dice Elena Imi, associate di Marazzi & Associati. «Rimane l’incognita della situazione economica che ci sarà a settembre che come ricordato potrebbe vanificare l’obiettivo che il Codice si prefigura. Il sistema di allerta e di composizione della crisi per come concepito appare oggi particolarmente complesso e farraginoso sia per le tempistiche e gli adempimenti richiesti sia per la molteplicità degli organi e soggetti coinvolti» .

«Le principali difficoltà deriveranno dall’introduzione degli obblighi di segnalazione in capo agli organi di controllo societari, oltre che ai creditori pubblici qualificati (Agenzia delle Entrate, Inps, Equitalia). Per effetto della segnalazione, scatterà la procedura avanti l’Ocri che potrà concludersi con un accordo con i creditori, ovvero, in caso negativo, con l’obbligo in capo al debitore di presentare, in un termine molto breve (30 giorni), domanda di accesso ad una delle procedure concorsuale di regolazione della crisi» spiega Luca Finocchiaro socio di RP Legal & Tax.«La burocratizzazione dell’emersione della crisi limita il potere dell’imprenditore di risolverla autonomamente con il rischio di concrete ricadute negative sulla vita di molte piccole e medie imprese. Un esempio concreto: in presenza di determinati indicatori economici l’apertura del «tavolo di crisi» deve, obbligatoriamente essere portata innanzi dagli organismi di composizione della crisi d’impresa. Ora, la ratio di fondo di questa normativa risiede nella convinzione che la possibilità di tutelare il valore dell’impresa sia necessariamente legata alla tempestività dell’intervento risanatore. Tutto ciò in teoria è apprezzabile».

«Le norme sono innovative e richiedono un adeguamento in primis dei giuristi alle nuove tecniche e ai nuovi provvedimenti. Sarà più complesso il rapporto con gli organi di controllo, i quali sono chiamati a vigilare con maggiore responsabilità sulle situazioni di crisi. Ciò comporterà un ripensamento anche della governance delle singole società e l’implementazione di processi di controllo interno, più in linea con quanto previsto dal Codice. Stimiamo che la crisi d’impresa (procedure, ristrutturazioni, ecc.) possa rilevare per il 20% sull’attività di studio» spiega Tiziana Del Prete partner di Grimaldi Studio Legale.

«A seguito delle responsabilità previste in capo agli amministratori e agli organi di controllo e delle difficoltà di monitoraggio dell’adeguatezza dell’assetto organizzativo di un’azienda, non è infondato il timore di un proliferare di segnalazioni prudenziali (soprattutto da parte dei professionisti), che potrebbe da un lato nuocere all’impresa e, dall’altro, vanificare l’obiettivo delle nuove norme; inoltre alcune importanti novità introdotte dal Codice dovranno essere prudentemente applicate da parte dei Tribunali, onde realizzare lo scopo prefissato di tutelare la posizione sia del debitore che della massa dei creditori» spiega Cristina Biglia equity partner dello studio Belluzzo Mercanti. «Il rinvio dell’entrata in vigore dei sistemi di allerta non deve essere inteso come una scappatoia rispetto all’adeguamento dell’impresa alle rigide previsioni normative: i parametri di solidità dell’impresa vi sono e sono già in vigore, così come l’obbligo di dotarsi degli strumenti di controllo interno. Il fatto che gli imprenditori e i manager abbiano di fronte tempi complicati dall’emergenza sanitaria impone loro di prestare attenzione a elementi che fino all’altro ieri potevano essere al di fuori della loro visuale».

«La procedura di allerta, se pienamente attuata potrebbe consentire l’emersione tempestiva della crisi dell’impresa e permetterebbe agli interessati di intervenire in tempo utile, così da aumentare le possibilità di salvataggio dell’impresa. La circostanza che si tratti di una soluzione di natura extragiudiziale dovrebbe rendere la procedura d’allerta stessa più interessante per gli imprenditori in difficoltà» spiega Federico Canazza partner di Weigmann Studio Legale. «Al professionista legale, nel nuovo sistema, verrà richiesto di fornire la propria consulenza al fine di prevenire i presupposti dell’attivazione degli obblighi di segnalazione dagli organi di controllo societari o da creditori pubblici qualificati. «In sostanza dovrà prevenire le stesse situazioni che potrebbero poi portare alle procedure di allerta. Ci stiamo attivando per intensificare la collaborazione con i clienti e con i loro commercialisti nell’ambito dell’analisi e del monitoraggio della situazione debitoria e di indebitamento finanziario, derivanti dai rischi legali (contratti in essere, contratti da stipulare, rapporti con clienti e fornitori). In tale contesto stiamo definendo una procedura di verifica e di intervento in relazione agli adempimenti connessi agli obblighi organizzativi posti a carico dell’imprenditore».

«Sul fronte della disciplina della crisi» spiega Enrico Di Fiorino, partner dello studio Fornari e Associati «l’approccio del governo è stato lungimirante. Fin dall’inizio dell’emergenza sanitaria, di cui si sono subito compresi i possibili effetti sull’economia e sulle imprese, il legislatore ha correttamente introdotto rilevanti modifiche alla disciplina della crisi d’impresa». Bisogna evitare un rinvio sine die dell’entrata in vigore del Codice: «Giusto il rinvio, ma ora l’obiettivo è di evitare che diventi un addio al nuovo Codice. Vi è ancora molto da fare, ma non ha senso rinunciare a una riforma che porta con sé una visione moderna e che costituisce un indubbio progresso rispetto all’attuale disciplina. Il nuovo Codice consegna alle imprese gli strumenti con cui gestire al meglio le situazioni di crisi che la pandemia ha determinato».

«Oggi è necessario assicurare all’impresa in crisi, non erogazioni di credito irresponsabili, ma la possibilità di avviare un procedimento rapido, non burocratizzato che arrivi velocemente all’obiettivo di recuperare il suo equilibrio anche attraverso il riconoscimento della legittimità di convenzioni con i creditori, in grado di garantire la moratoria dei crediti e la sospensione di procedure esecutive» suggerisce Linda Morellini, partner di Giovanardi Studio Legale, oggi alla guida degli uffici di Genova.

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