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Resto della Ue batte Eurozona 3-1

Tre a uno. Nella partita delle performance economiche l’Eurozona perde il confronto con gli altri Paesi europei, ma non ancora nel “club” della moneta unica. Le elaborazioni di Prometeia su dati della Commissione europea restituiscono chiaramente l’istantanea di un’Europa a due velocità, con destini che nel tempo si sono mantenuti distanti senza mai avvicinarsi, ma anzi in qualche caso si sono allontanati.
Il rapporto deficit-Pil è l’unico che premia l’area euro. Per il resto, dalla crescita all’andamento degli occupati, fino all’indebitamento, il match è per il momento a senso unico. E per il futuro prossimo è difficile immaginare colpi di coda. Le incognite sul destino della Grecia stanno continuando a offuscare il cielo della Ue. Ma non solo: la Spagna è alle prese con un’ardua sfida sui conti e sulla tenuta del sistema bancario, proprio mentre i leader europei con mille difficoltà stanno cercando di far quadrare il cerchio, rilanciando la crescita e nel tentativo disperato di evitare che dalla Grecia parta uno tsunami che potrebbe travolgere tutta l’area fino al break-up.
Di fatto, però, ora la differenza nel ritmo di marcia è indiscutibile. Nel solo 2011 la crescita reale per l’Eurozona si è attestata all’1,5% contro l’1,9% degli altri 10 Paesi. Andrà peggio nel 2012, con un divario ancora più ampio: +0,9% contro un rallentamento dello 0,1% per la Uem. Anche il mercato del lavoro mostra due marce differenti. E il gap sarà evidente soprattutto alla fine di quest’anno, quando al -0,8% dei 17 Paesi dell’area euro farà da contraltare il +0,4% di un’area, quella senza moneta unica, che al suo interno annovera realtà comunque diverse fra di loro: i Paesi scandinavi (Svezia e Danimarca), che da sempre hanno rifiutato di confluire in una divisa comune con il resto della Ue, e anche Lituania e Lettonia, che hanno invece un sistema di tasso di cambio ancorato all’euro, anticamera di un’adesione che si annuncia più vicina rispetto ad altri.
«L’Europa centrale e orientale – spiega Valentin Hofstaetter, analista dell’austriaca Raiffeisen Bank – è l’area con il miglior potenziale di crescita, perché rappresenta economie ancora in fase di adeguamento agli standard europei. A trainare è stata ed è ancora la Polonia, grazie soprattutto alle dimensioni del suo mercato. Una delle ricette vincenti è stata la capacità di attirare investimenti. L’Eurozona dovrebbe fare propria questa lezione, eliminando gli ostacoli ancora esistenti che rendono più tortuosa la strada per le imprese».
Diverso è stato il caso di Lettonia e Lituania, che hanno un tasso di cambio fisso con l’euro. «Qui – sottolinea Cinzia Alcidi, economista del Ceps (Centre for european policy studies) di Bruxelles – la crisi del 2008 è stata molto pesante e questi Paesi hanno dovuto fronteggiarla senza lo strumento della svalutazione competitiva. L’aggiustamento è stato in termini reali un crollo dei salari fino al 20 per cento. Ma sono riusciti a risalire la china attirando nuovi capitali dall’estero». Così, dopo una frenata a due cifre, nel 2011 il loro Pil è balzato oltre il 5 per cento. «La strada percorsa da Riga e Vilnius – prosegue Alcidi – dimostra che il rilancio è possibile senza uscire dalla zona di influenza della moneta unica e che questa strada potrebbe essere percorsa anche dalla Grecia».
Di base, comunque, il passo fra le due aree è diverso. «I Paesi del centro Europa appartenenti alla Ue – afferma Lorena Vincenzi, economista senior di Prometeia – hanno un’economia ancora giovane e con ampi margini di crescita. E avendo un livello di debito più basso hanno potuto e possono pensare, tutti a eccezione dell’Ungheria che al momento ha ben più di qualche problema, alla crescita, lasciando aumentare il disavanzo». Resta ora da capire «il livello di sostenibilità di una prassi come questa, soprattutto ora che ci troviamo in una fase economica discendente. A ogni modo è inevitabile che quel che succederà nei prossimi mesi nell’Eurozona si ripercuoterà anche sugli altri dieci Paesi».
Secondo Mario Spreafico, responsabile investimenti di Schroders private banking, l’indice va invece puntato sulla «rigidità del sistema dell’euro, che ha portato a un peggioramento della sua performance». Ora per l’area della moneta unica, «non ci sono alternative: la Svezia ha saputo superare la crisi degli anni 90 grazie a un mix tra politica economica e politica monetaria. E oggi anche la Bce deve diventare prestatore di ultima istanza per i governi con la possibilità di stampare moneta sulla scia della Bank of England o delle banche centrali dei Paesi scandinavi. Solo in questo modo sarà possibile fronteggiare la crisi dei debiti sovrani e lanciare un segnale di fiducia sulla capacità di tenuta dell’area».

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