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Responsabilità solidale limitata

La ditta individuale e la società condannate a versare al lavoratore le differenze retributive non sono responsabili in solido quando il dipendente faccia due distinti ricorsi e manchi di prospettare un’ipotesi di trasferimento d’azienda. Infatti, trattandosi di due azioni dirette a due soggetti dotati di autonoma soggettività, il fatto che vi sia una connessione fra le due cause (parzialmente oggettiva e soggettiva) non rileva ai fini della responsabilità solidale. A stabilirlo è la Corte di cassazione con l’ordinanza n. 15977 del 27 luglio 2020.

Il caso. La vicenda riguarda una lavoratrice che avanzava, nei confronti di due datori di lavoro interessati da un trasferimento d’azienda, la sussistenza di un rapporto di lavoro di tipo subordinato con relative differenze retributive per un importo pari a circa 50 mila euro.

Nel caso di specie, il giudice di primo grado accoglieva le domande della lavoratrice con la condanna di «parte resistente» al pagamento della predetta somma complessiva oltre accessori e spese di lite.

Avverso tale pronuncia, proponeva tempestivo ricorso una delle due società. Secondo la Corte d’appello di Napoli risultava fondato il primo motivo di ricorso, con il quale era stata lamentata l’erroneità della gravata pronuncia, per aver indebitamente unificato le parti convenute di cui ai separati ricorsi introduttivi dei due giudizi, poi riuniti, che non contenevano alcun elemento di fatto o di diritto, da cui fosse possibile desumere la prospettazione di un trasferimento d’azienda.

Anzi, la netta formale distinzione e l’autonomia degli accertamenti nonché delle condanne oggetto delle domande imponevano di ritenere l’estraneità, nelle due fattispecie, della seppure vaga prospettazione di una qualsiasi ipotesi di cessione d’azienda ex art. 2112 cod. civ. Di conseguenza, era inibito in grado d’appello esaminare le questioni poste dall’appellata al fine di sostenere la validità della condanna solidale pronunciata dal giudice adito.

Per contro, il secondo motivo d’appello, riferito al rapporto di lavoro per cui erano state accertate differenze retributive a favore della lavoratrice, veniva disatteso dalla Corte partenopea.

Alla luce della sentenza di secondo grado, la società soccombente proponeva ricorso per Cassazione.

La difesa. Innanzitutto il ricorrente lamentava l’omessa motivazione circa la configurabilità di un litisconsorzio unitario tra la ditta individuale e la società, tenuto conto delle ragioni della riunione, che il giudice di primo grado aveva correttamente indicato nella connessione soggettiva e oggettiva dei procedimenti. Pertanto, secondo la società, le parti dovrebbero essere assoggettate a un trattamento uniforme e la decisione dovrebbe essere formalmente e sostanzialmente unica.

Inoltre è stata omessa la valutazione sugli elementi di continuità aziendale presenti nel giudizio di primo grado, dovendosi invece aver riguardo al contenuto sostanziale della pretesa fatta valere e all’effettiva volontà della parte, attraverso l’esame complessivo dell’atto.

Infine, la società sosteneva che i giudici di merito avessero applicato erroneamente l’art. 97 c.p.c., sussistendo la solidarietà in quanto presunta in base all’art. 1294 cod. civ., laddove il suddetto articolo contempla l’interesse comune delle parti, non necessariamente indivisibile e sostanziale, potendo esso consistere anche in un identico interesse personale al provvedimento del giudice, avuto riguardo all’identità delle questioni sollevate e discusse ed alla convergenza degli atteggiamenti difensivi.

La sentenza. I giudici della Suprema corte respingono il ricorso della società. Gli ermellini, infatti, confermano la tesi dei giudici di merito che hanno rilevato l’autonomia delle due pretese creditorie azionate dalla lavoratrice con i separati ricorsi introduttivi dei giudizi, di cui uno riferito alla ditta individuale, in qualità di persona fisica, e l’altro relativo alla società.

Nel caso di specie, infatti, non è stata prospettata alcuna ipotesi di trasferimento aziendale, rilevante ai sensi dell’art. 2112 cod. civ., tale da poter giustificare una responsabilità solidale della cessionaria per i crediti maturati dalla lavoratrice nei confronti della cedente al tempo del trasferimento.

Da ciò derivava il vizio di ultrapetizione in cui era incorsa la gravata pronuncia per la condanna di «parte resistente» al pagamento della somma pari totale dei due importi richiesti dall’attrice a ciascuna delle parti convenute.

In effetti, affermano i giudici di legittimità, la mera connessione (parzialmente oggettiva e soggettiva, rilevante ex artt. 274 c.p.c. e 151 delle relative norme di attuazione, specialmente per le controversie in materia di lavoro e di previdenza) non può, evidentemente, comportare l’individuazione sostanziale, officio judicis, dei due diversi soggetti convenuti in una sola parte, né tantomeno delle distinte pretese azionate in una sola domanda, in assenza di circostanziate deduzioni di parte tali da poter consentire una diversa qualificazione delle domande, ancorché separatamente proposte, in termini di obbligazione solidale ex 1294 c.c.

In definitiva, la condanna solidale al pagamento delle spese processuali nei confronti di più parti soccombenti può essere pronunciata non solo quando vi sia indivisibilità o solidarietà del rapporto sostanziale, ma pure nel caso in cui vi sia una comunanza di interessi la cui sussistenza, ai fini della ripartizione delle spese o della condanna solidale, non può che essere apprezzata dal giudice di merito con una valutazione non censurabile in sede di legittimità.

Pertanto, al fine della condanna in solido di più soccombenti alle spese di giudizio, il requisito dell’interesse comune non postula la loro qualità di parti in un rapporto sostanziale indivisibile o solidale, ma può anche discendere da una mera convergenza di atteggiamenti difensivi rispetto alle questioni oggetto di causa, ovvero da identità di interesse personale con riguardo al provvedimento richiesto al giudice.

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